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In Puglia e Basilicata

Occupa casa popolare il giudice la assolve

Occupa casa popolare il giudice la assolve
di VALERIA CORDELLA ARCANGELI
La storia di una mamma di Francavilla Fontana. Il giudice: «Ha agito spinta dallo stato di necessità». La signora, di Ceglie Messapica, e con uno dei bambini in precarie condizioni di salute, si era introdotta sfondando la porta d’ingresso

19 Marzo 2009

di VALERIA CORDELLA ARCANGELI

BRINDISI - Chi versa in stato di bisogno ed occupa un alloggio pubblico non compie un reato. Il motivo è che «l’esigenza di un alloggio rientra tra i bisogni primari della persona». Lo sostiene Francesco Aliffi giudice di Francavilla Fontana, sezione distaccata del tribunale di Brindisi. L’indigenza costituisce un esimente. È così che, inaspettatamente, Antonietta C. di Ceglie Messapica, nei guai giudiziari fino al collo per aver sfondato la porta di un appartamento di proprietà dell’Istituto case popolari, alla fine se l’è cavata senza nemmeno un’ammenda. Il magistrato ha, infatti, ritenuto che la donna, abbandonata dal marito con un reddito ridicolo e due figli a carico, di cui uno in precarie condizioni di salute e bisognoso di cure costose, ne avesse abbastanza per capovolgere a suo favore un comportamento non proprio ortodosso. 

La casa, abbandonata da un po’, dopo che l’assegnatario era passato a miglior vita, era una tentazione troppo grande. Tanto più che la burocrazia lumaca non si era ancora decisa ad indicare i nuovi aventi diritto. Quando ha forzato la porta dell’appartamento di via Risorgimento, ha considerato il giudice, è stata la disperazione a spingerla. Sommersa dai debiti per quel piccolo tanto cagionevole, non riusciva a far fronte a tutte le sue necessità malgrado l’assistenza dei Servizi sociali del Comune. Una storia drammatica che, secondo il giudice, giustifica la condotta contro legge. 

Condannata con decreto dal tribunale di Brindisi, ha fatto opposizione (difesa dall’avv. Francesca Verola) e il giudice competente, Francesco Aliffi, ne ha accolto i motivi. In discussione, infatti, non sarebbe, a suo parere, il solo diritto ad un ricovero o abitazione, ma anche la salvaguardia della salute dei figli. Uno dei due, peraltro, affetto da una grave patologia. 
Crolla l’impianto accusatorio davanti al pericolo di vita. E si rafforza lo stato di necessità, dovuto ad un reddito che tale non può definirsi, con l’elemento dell’inevitabilità. 

In buona sostanza, mai avrebbe potuto la poveretta, sola e con una manciata di euro in tasca, rivolgersi al libero mercato per trovare una casa. La sentenza del 5 febbraio 2009 che di certo farà storia, è prima del genere nel Brindisino. È un esposto nel 2006 a mettere in moto la macchina giudiziaria. Qualcuno denuncia ai vigili urbani che la donna si è introdotta nell’abitazione di proprietà dell’Istituto Case popolari, in via Risorgimento, occupandolo stabilmente insieme alla sua famiglia, pur non avendone titolo. Partono le indagini. Gli agenti della Polizia municipale di Ceglie confermano quanto verbalizzato nel sopralluogo e riportato nella denuncia. Con decreto di citazione a giudizio del tribunale di Brindisi, nel maggio 2007, viene condannata. Si oppone e il caso viene rimesso per competenza al giudice di Francavilla che la assolve sostenendo che: «Ai fini dell’esimente dello stato di necessità rientrano anche situazioni che minacciano solo indirettamente l’integrità fisica ovvero che attentano, in via ancor più generale, alla complessa sfera dei beni primariamente collegati alla personalità. E tra questi beni si deve ricomprendere anche quello connesso all’esigenza di un alloggio».
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