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In Puglia e Basilicata

A Santeramo il museo contadino cerca ancora casa

18 Marzo 2009

di ANNA LARATO 

SANTERAMO - Cercasi disperatamente una struttura dove collocare degnamente gli oggetti del museo della civiltà contadina. L’accorato appello è di Roccangelo Tritto, presidente del museo della civiltà contadina ed appassionato cultore della storia di Santeramo. 
Tritto chiede all’amministrazione comunale di fargli riaprire il «suo» amato museo. «Sono passati più di due anni - afferma - da quando ho dovuto smantellare, con la tristezza nel cuore il museo della civiltà contadina che avevo allestito con tanta passione e in forma assolutamente gratuita, in alcuni locali al primo piano del Palazzo Marchesale, poiché dovevano iniziare i lavori di ristrutturazione del Palazzo. L’amministrazione comunale mi aveva però garantito che mi avrebbe dato un altro spazio. Ad oggi però non mi è stato dato nessun locale. Ed è un vero peccato vedere accatastato in un deposito quel patrimonio culturale contadino - prosegue - che ho raccolto con tanta pazienza ed amore e che indubbiamente costituisce un utile strumento per la didattica della scuola a disposizione degli insegnanti e degli studenti». 

Insomma è questo l’amaro sfogo di Roccangelo Tritto che si appella anche al buon cuore di qualche cittadino affinché gli metta a disposizione uno spazio espositivo dove poter mettere in mostra gli oltre 3mila pezzi. Attrezzi che stanno a testimoniare la vita di un paese dell’alta murgia in condizioni economiche ed ambientali assai difficili. Basti pensare che Santeramo era, con Minervino, il paese più povero della provincia di Bari. Oggetti disparati, dal più semplice al più complesso, gli utensili dei mestieri, un tempo utilizzati nel lavoro agricolo e nella vita domestica, testimonianza d’usi e costumi legati in particolare al passato rurale del territorio santermano. Oggetti curiosi e rari raccolti con tanto amore. Ogni attrezzo é denominato in italiano e anche in dialetto per ricomporne l’immagine attraverso la memoria linguistica. 

«Questi oggetti vanno esposti e presentati sotto forma di laboratori, in modo che il visitatore potrà, come succedeva a Palazzo Marchesale - afferma Tritto - meglio ricordare e capire le attività del passato». Un patrimonio in sostanza che non va disperso ma che deve rimanere a disposizione della collettività per portare a conoscenza le giovani e future generazioni di quelle che furono le condizioni e le abitudini di vita e di lavoro della gente di un tempo, con lo scopo di valorizzare la memoria storica attraverso la conservazione e la riappropriazione della cultura rurale.
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