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di Daniela Pastore

Un «aerosol» a base di zinco, rame e acido citrico sulle chiome degli ulivi infetti per abbattere la presenza di Xylella fastidiosa. Il batteriologo Marco Scortichini presenta mercoledì pomeriggio nel Leccese, a Galatone (nel Palazzo Marchesale), il risultato di uno studio durato tre anni, condotto dal Crea (Centro di ricerca per la patologia vegetale) di Roma e Caserta presso cui lavora e dall’Università del Salento, pubblicato sulla rivista scientifica “Phytopathologia Mediterranea”.

La ricerca, finanziata anche dalla Regione Puglia, sarà illustrata alla presenza del direttore del dipartimento di Agricoltura Gianluca Nardone e del professor Francesco Paolo Fanizzi (Unisalento).

Professor Scortichini, in cosa consiste la sua cura?

«Prevede la nebulizzazione sulle chiome degli ulivi infetti di un prodotto già utilizzato in agricoltura biologica, che abbiamo utilizzato sulle due varietà autoctone del Leccese: Ogliarola e Cellina di Nardò. Inizialmente la sperimentazione ha interessato tre aziende, a Galatone, Galatina e Veglie, per un totale di 110 alberi. Nelle aziende di Galatone e Galatina è stata verificata la possibilità di ridurre la presenza del batterio anche con potature severe. Interventi che hanno però comportato un notevole danno fisiologico all’albero, che in molti casi è morto. Abbiamo così concentrato la sperimentazione nella terza azienda dove, oltre ai rilievi sull’andamento della malattia su 40 alberi nel corso dei tre anni di studio sono stati effettuati, per oltre un anno, analisi molecolari in grado di misurare con precisione la concentrazione del batterio in piante trattate e in piante non trattate».

Con quale risultati?

«Abbiamo osservato una forte riduzione della concentrazione di Xylella all’interno delle piante trattate. L’aver potuto effettuare analisi molecolari a supporto di una “prova di campo” avvalora ulteriormente lo studio. Abbiamo anche verificato la notevole sistemicità del prodotto, in grado di raggiungere i tessuti xilematici della pianta dove vive e si moltiplica il batterio, nonché il rilascio di ioni zinco e rame nello stesso xilema. Gli alberi trattati hanno superato anche le gelate del gennaio 2017 e la prolungata siccità dell’estate scorsa mentre le piante non sottoposte a trattamento sono morte o deperite».

Il prodotto lascia tracce nelle olive?

«I frutti delle piante trattate e di quelle non trattate mostrano valori molto simili di zinco e rame. In situazioni di emergenza fitosanitaria come quella che sta vivendo attualmente la Puglia, disporre di un ausilio che consenta di ridurre significativamente la presenza del batterio all'interno dell'albero è da ritenersi di indubbia utilità».

Pensa che questo protocollo possa essere proposto come alternativa agli abbattimenti nella zona cuscinetto?

«L’attuale legislazione fitosanitaria europea che regola i patogeni da quarantena, tra cui Xylella fastidiosa, e che prevede l’eradicazione degli alberi infetti, sembra più adatta per gestire emergenze su colture erbacee. Coltivazioni che possono essere sostituite da altre senza che si stravolga il paesaggio, l’ambiente e le tradizioni storico-culturali».

Inutile abbattere gli ulivi dunque?

«Con le colture arboree gli abbattimenti, a meno che non si intervenga tempestivamente e su focolai di ridotte dimensioni, offrono possibilità di successo ridotte. Nel caso, poi, che il patogeno sopravviva in molteplici piante-ospiti non coltivate oltre all’olivo, l’efficacia diminuisce ulteriormente. Esempi di tentativi di eradicazione di patogeni, peraltro specifici, che colpiscono colture arboree, penso agli agrumi, sono stati effettuati nel recente passato negli Stati Uniti e in Brasile con scarsi risultati».

Non potendo più eliminare Xylella in Puglia bisognerà imparare a conviverci?

«Noi speriamo che l’Unione Europea prenda in considerazione la possibilità di rivedere le norme più drastiche. Il protocollo da noi sperimentato è un “approccio integrato” che prevede, necessariamente, oltre alla somministrazione del prodotto, anche le ripetute erpicature del terreno nel periodo primaverile-estivo per ridurre le popolazioni degli insetti vettori, nonché le potature regolari ed equilibrate. Va sottolineato che il ruolo giocato dagli agricoltori nell’intraprendere le operazioni consigliate è fondamentale. È importante eliminare con le operazioni meccaniche quanto più possibile le erbe infestanti dall’oliveto e dalle zone limitrofe».

È stata fatta un’analisi economica dei costi? Visto che sono dei trattamenti che andrebbero fatti a vita, considera sostenibile economicamente questa cura?

«L’analisi dei costi non è di mia competenza. È chiaro però che quando vengono introdotti nuovi patogeni in aree di coltivazione abituate a gestire la coltura secondo criteri ormai consolidati, la consueta gestione va modificata e i costi possono aumentare, soprattutto all’inizio. Questo avviene in tutti i contesti agricoli. La strategia di convivenza da noi sperimentata, tuttavia, mira a ripristinare, dove possibile, la struttura dell’albero riportandolo ad una fisiologia più equilibrata e a correggere, eventualmente, anche situazioni di scarsa fertilità del suolo, così da poter diminuire, negli anni, i costi di gestione, proprio grazie alle migliorate condizioni dell'albero».

Ci sono dei dati sulla produttività delle piante al di là della ritrovata vigoria della vegetazione dopo i trattamenti?

«Oltre alle aziende citate nello studio descritto, abbiamo in prova, in altre aree olivicole pugliesi, il protocollo applicativo scaturito dalla sperimentazione e dove sono state ottenute, lo scorso anno, ottime produzioni in zone dove la presenza del batterio è notevole. In tale aziende, il protocollo viene rispettato rigorosamente. Un altro aspetto da prendere in considerazione è la cura del terreno, soprattutto in quei casi dove la fertilità risulta ridotta. Sono in sperimentazione anche prodotti da somministrare al suolo che possano migliorarne la fertilità e l’innalzamento del contenuto di qualche microelemento così da migliorare la resistenza dell’albero».

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