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Il progetto

Foggia, detenuti realizzeranno
le confezioni dei medicinali

carcere di foggia

FOGGIA - Le confezioni di alcuni prodotti farmaceutici «fabbricate» nel carcere di Foggia e con tanto di bollino per indicarne la provenienza e soprattutto l’iniziativa sociale: è questo l’obiettivo del progetto «In me non c’è che futuro», che già dallo slogan rende chiare le finalità: aiutare i detenuti a reinserirsi nel mondo del lavoro una volta espiata la condanna e riacquistata la libertà. In che modo? I detenuti che saranno cooptati nell’iniziativa si occuperanno di realizzare le confezioni di alcuni farmaci. Il progetto, organizzato alla «Farmalabor farmacisti associati» in collaborazione con il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e la casa circondariale del capoluogo dauno, verrà presentato questa mattina all’interno del carcere al rione Casermette, nel corso di un incontro aperto anche alla stampa e che sarà contrassegnato dagli interventi degli addetti ai lavori e del responsabile della «Farmalabor» per spiegare le finaltà dell’iniziativa.

Il carcere di Foggia che nel 2018 festeggia 40 anni di vita (fu inaugurato nel ‘78 quando sostituì la vecchia struttura di piazza Sant’Eligio) è il più grande dei tre penitenziari della Capitanata, l’unico con una sezione femminile, il secondo più grande delle 11 carceri pugliese per popolazione carceraria, dopo Lecce, che si attesta mediamente oltre le 500 unità, con punte sino a 780 nei primi anni del nuovo secolo, anche se sul finire del 2017 dopo numerosi anni per la prima volta i reclusi erano meno di 500. Pur a fronte di problemi gravosi - dal sovraffollamento alle carenze negli organici della polizia penitenziaria e degli educatori - la casa circondariale di Foggia negli ultimi tempi ha organizzato una serie di iniziative per aiutare i detenuti (tra cui quella di portare cavalli e cani nella struttura per formare addestratori in vista della scarcerazione), di cui il progetto «In me non c’è che futuro» è soltanto l’ultima della serie.

L’obiettivo «è quello del riscatto sociale e di dare possibilità d lavoro ai detenuti» spiegano i promotori dell’iniziativa che aggiungono: «il progetto è nato dalla collaborazione tra l’azienda farmaceutica “Farmalabor srl”, il provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria per le regioni Puglia e Basilicata, la cooperativa sociale “Pietra di scarto” e l’istituto penitenziario foggiano. Il progetto nasce con un obiettivo preciso: dare un’opportunità di riscatto sociale e personale ai detenuti, al fine di rendere educativa l’esperienza della reclusione».

Più nel dettaglio, anticipano gli organizzatori alla vigilia della conferenza di questa mattina, «ai detenuti verrà data la possibilità di sviluppare in loco competenze legate alla produzione farmaceutica che, oltre a restituire dignità personale e professionale, possono rappresentare uno strumento fondamentale per il reinserimento nel mercato del lavoro. Dopo una fase iniziale di formazione tecnica, le risorse si dedicheranno all’allestimento di “packaging” farmaceutico in un locale attrezzato all’interno del carcere. I prodotti finiti saranno contrassegnati con un apposito bollino, in modo da informare la clientela sull’iniziativa sociale e sensibilizzare l’opinione pubblica sul reinserimento dei detenuti nel mercato del lavoro». Questo il programma della giornata. Alle 11.15, dopo i saluti istituzionali e il taglio del nastro, sarà Carmelo Cantone, provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria di Puglia e Basilicata, a parlare di «prevenzione speciale: un’opportunità per i detenuti e per il territorio». Seguiranno gli interventi di Rosa Musicco, direttore della casa circondariale di Foggia che si soffermerà su «finalità e step di realizzazione del progetto “In me non c’è che futuro»; di Pietro Fragrasso, presidente cooperativa sociale «Pietra di scarto» che parlerà della «lotta alla criminalità che parte dal basso: le esperienze della cooperativa». Infine a mezzogiorno sarà Sergio Fontana, amministratore unico della «Farmalabor», a parlare di «responsabilità sociale d’impresa: il caso pugliese».

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