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il nuovo clima

Campi secchi, buttiamo acqua
133 mln di metri cubi in mare

Campi a secco, ma l'acqua la buttiamo dispersi in mare 133 mln di metri cubi

di Massimo Levantaci

FOGGIA - I cambiamenti climatici chiedono riflessione e azione, le nostre campagne sono torride d’estate e nei mesi invernali finiscono nel congelatore. Le ultime due annate lo dimostrano. Se ne dovrebbe parlare di più, bisognerebbe darsi da fare. Ma la politica ha altro a cui pensare («le emergenze si chiamano migranti e sicurezza, poi forse ci sarà spazio anche per la siccità», osserva Franco Postorino, direttore generale di Confagricoltura).

Proprio la Capitanata rappresenta in questo senso un pessimo esempio di programmazione dopo la rinuncia alla diga di Piano dei limiti (2001). Sul clima che cambia ha provato a interrogarsi Confagricoltura in un convegno organizzato occasione del settantennale dell’organizzazione costituita a Foggia nel 1947 (ne riferiamo a parte). «Siamo la terra del grano - ha detto in apertura il presidente, Onofrio Giuliano - abbiamo primati importanti anche sul pomodoro e sulla produzione ortofrutticola. Ma il cambiamento del clima incalza, l’estate scorsa abbiamo avuto una dimostrazione di quel che potrebbe avvenire tra qualche anno nelle nostre campagne, con temperature a 50 gradi e scarsità di acqua sempre in agguato. E siamo seriamente preoccupati su quel che si potrebbe fare e non viene fatto».

La Capitanata non solo produce tanta agricoltura, può vantare anche uno degli assetti idrico-irriguo più stabili a livello europeo con la capacità di accumulo delle sue quattro dighe gestite dal Consorzio di bonifica della Capitanata. «Quest’anno nonostante la crisi idrica che ha colpito tutto il paese, siamo riusciti a erogare agli agricoltori 150 milioni di metri cubi d’acqua dalla diga di Occhito e l’esercizio non è ancora finito. Ma siamo preoccupati - avverte il direttore generale dell’ente, Franco Santoro - perchè i progetti restano nel cassetto, avremmo la necessità di immagazzinare nuovi volumi d’acqua che invece continuiamo a disperdere in mare: solo quest’anno abbiamo calcolato una dispersione di 133 milioni di metri cubi, 43 milioni ne furono lasciati andare nel 2016, altri 120 milioni nel 2015 e l’elenco a ritroso potrebbe continuare».

Gli agricoltori continuano a piangere sul latte versato della diga perduta e dei finanziamenti andati, 118 milioni di euro assegnati dal governo per altre necessità colpa del tira-e-molla con i cinque comuni (di cui due in Molise) che avrebbero dovuto ospitare l’invaso e di una politica degli enti locali distratta e debole. Ora però si deve correre ai ripari, è già tempo per farlo. Anche la ricerca è chiamata a dare il suo contributo. Il dipartimento di Agraria dell’università di Foggia sta portando avanti già da alcuni anni studi e sperimentazioni sull’agricoltura sostenibile alle alte temperature. «Ci siamo accorti - ha detto la prof. Marcella Giuliani - che l’aumento di anidride carbonica può comportare rese maggiori, nell’ordine del 4%, sul frumento duro. Sul pomodoro invece l’aumento delle temperature potrebbe ridurre il raccolto fino al 24% della produzione attuale totale. Il nostro settore Agronomico - ha concluso la prof. Giuliani - sta mettendo a punto strategie di adattamento al nuovo clima con una gestione dell’irrigazione che prevede metodi di risparmio idrico. E inoltre strategie di mitigazione per la riduzione della fertilizzazione azotata». Il cambio del clima comporterà per una provincia a coltivazioni intensive qual è la Capitanata l’obbligo di confrontarsi con altri territori, magari oggi impensabili. «Ci sono zone del mondo che potranno avvantaggiarsi da questo quadro - avverte Donato Rossi, Confagricoltura Puglia - le zone aride vedranno aumentare l’umidità del suolo, i paesi del Nord Europa vedranno aumentati i tempi della stagione della crescita. Ci troveremo a fronteggiare una concorrenza mai vista e dover ricominciare da zero, rivedendo anche il calendario delle semine. Non possiamo farlo da soli», puntualizza Rossi che lancia la palla alla politica: «Bisogna superare le politiche a ridottissimo impatto temporale, chiediamo interventi strutturali».

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