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Racket dei parcheggi
parola passa alla Dda

Chiusa l'istruttoria dibattimentale, è l'ora della requisitoria

Racket dei parcheggi  la parola passa alla Dda

Chiusa l’istruttoria dibattimentale con l’interrogatorio degli ultimi testi a discarico citati dalla difesa e la rinuncia dell’accusa ad ascoltare due camionisti, si avvia verso la conclusione il processo «Saturno» a 5 foggiani, tra cui il boss Roberto Sinesi, accusati a vario di un episodio di spaccio di due «panette» di hashish; e soprattutto di 7 estorsioni e tentativi di estorsione ai danni di camionisti minacciati di ritorsioni e danneggiamenti se non avessero pagato il pizzo di 50 euro al mese per poter parcheggiare nell’agosto/settembre 2015 davanti al conservificio «Princes» in attesa di scaricare il pomodoro. Il tutto con l’aggravante della mafiosità contestata dai pm della Direzione distrettuale antimafia per i metodi usati e per aver agito per agevolare il clan Sinesi/Francavilla, una delle tre «batterie» che dirigono la «Società foggiana». I giudici della seconda sezione penale hanno rinviato l’udienza a fine mese per la requisitoria del pm. Si vedrà in quella data se e per chi la Dda chiederà le condanne; seguiranno in ottobre le arringhe difensive con la sentenza che dovrebbe essere emessa in tempi rapidi. Presidente del collegio giudicante resta sino al verdetto di primo grado Carlo Protano, nel frattempo passato all’ufficio gip-gup.

In attesa di giudizio ci sono Sinesi, 54 anni, becchino foggiano, nome storico della mafia, al vertice dell’omonimo clan, detenuto nel carcere «Pagliarelli» di Parlermo per questa accusa dal settembre 2016: assiste alle udienze in videoconferenza ed è accusato di violazione della sorveglianza speciale e principalmente d’essere il mandante di 4 estorsioni e 3 tentativi di estorsione per costringere alcuni camionisti a pagare un pizzo di 50 euro al mese per ogni mezzo per poter parcheggiare davanti alla «Princes». Sempre di concorso in estorsione e tentata estorsione aggravata dalla mafiosità rispondono Cosimo Giardiello, 45 anni, titolare di una ditta di trasporti, ai domiciliari, ritenuto colui che «consigliava» ai colleghi camionisti di pagare la protezione del clan mafioso, annotando le targhe di chi subiva il ricatto; un suo dipendente, Raffaele La Tegola di 46 anni, a piede libero; e Luigi Speranza di 47 anni, ai domiciliari: secondo l’accusa erano tra gli esecutori delle estorsioni. Il quinto imputato è Luigi Biscotti, 40 anni, nipote di Sinesi, detenuto che risponde «solo» di spaccio di hashish. L’inchiesta «Saturno» (doppio blitz con 6 arresti tra il 17 giugno e il 9 settembre di un anno fa) conta un sesto imputato, Luciano Cupo, 46 anni, ritenuto il braccio destro di Sinesi, colui che si faceva portavoce dei suoi ordini, condannato in primo grado lo scorso maggio a 6 anni per estorsione e spaccio con il riconoscimento dell’aggravante della mafiosa, nel processo abbreviato davanti al gup di Bari. I sei foggiani si dicono innocenti: Sinesi nega di conoscere i coimpiutati tranne il nipote e Cupo suo amico di vecchia data; Giardiello spiega di aver pagato di sua iniziativa e d’accordo con altri camionisti alcuni guardiani perchè vigilassero sui Tir; Cupo e Speranza dicono di aver lavorato come guardiani, sia pure abusivi.

Se l’accusa poggia su intercettazioni, dichiarazioni delle vittime rese durante le indagini, ordinanze del Tribunale della libertà di Bari e della Corte di Cassazione che confermarono la gravità di indizi nel respingere le istanze di scarcerazione di alcuni indagati, gli avvocati Umberto Forcelli, Giovanni Berardi (difendono Giardiello e La Tegola), Ettore Censano (assiste Sinesi e Biscotti); e Fortunato Rendiniello (legale di Speranza) replicano e replicheranno nelle arringhe che il teorema dell’accusa non ha retto al vaglio dibattimentale.

Per i difensori non c’era alcun racket dei parcheggi gestito dal clan Sinesi anche perché le somme riscosse, 50 euro al mese per camion, sarebbero state irrisorie; le intercettazioni hanno una lettura alternativa a quella accusatoria; non risultano contatti tra Sinesi e i coimputati, con l’esclusione di Cupo (ma per l’accusa era quest’ultimo a fare da intermediario tra mandante ed esecutori delle estorsioni); gli interrogatori delle decine di testimoni sia d’accusa sia di difesa sentiti nel corso del processo iniziato lo scorso gennaio, dimostrano - aggiungono i difensori - che davanti alla «Princes» c’era una semplice guardiania, sia pure abusiva, organizzata da alcuni camionisti e senza alcuna imposizione che si rivolsero ad alcuni parcheggiatori (Cupo, Speranza ed altri foggiani non coinvolti nell’inchiesta) pagandoli per vigilare la notte sui loro Tir, visto che i tempi d’attesa per scaricare il pomodoro nel conservificio erano lunghi e c’era sempre il timore - anche per furti avvenuti in passato - che ladri potessero rubare cassoni e/o danneggiare i mezzi.

Uno degli ultimi testimoni ascoltati in aula nell’udienza di 48 ore fa, un parcheggiatore citato dalla difesa, ha raccontato che fu ingaggiato da Cupo per vigilare su alcuni camion parcheggiati davanti al conservificio della zona industriale di Foggia: lavorò per una decina di giorni nell’estate 2015, cominciando di sera e finendo alle 5 di mattina, non sa nulla di racket e presunte imposizioni.

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