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Mario Luciano Romito

Strage a S. Marco in Lamis
il boss sfuggito ad altri agguati

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Era sfuggito ad altri agguati Mario Luciano Romito, di 50 anni, boss della mafia garganica, ritenuto dagli investigatori a capo dell’omonimo clan che negli ultimi anni si è contrapposto al clan dei Li bergolis di Monte Sant'Angelo nella cosiddetta faida del Gargano, ucciso oggi in un agguato a San Marco in Lamis insieme con il suo autista, il cognato Matteo De Palma, e ad altre due persone, due contadini, ammazzati dal commando armato perchè testimoni involontari del duplice omicidio.
Tra gli episodi più eclatanti, quello avvenuto il 18 settembre del 2009: Mario Luciano Romito - obiettivo dei killer che hanno agito oggi - uscì illeso da un attentato dinamitardo mentre si stava recando, in compagnia del fratello Ivan, alla caserma dei carabinieri dove aveva l’obbligo di firma. Il cofano dell’Audi A4 Station Wagon sulla quale viaggiavano lui e il fratello - anche lui non ebbe ferite - saltò in aria a causa di una bomba.

E’ stato inoltre coinvolto nel blitz contro la faida del Gargano portato a termine dagli uomini dell’Arma il 23 giugno del 2004, ma due anni più tardi, venne assolto da tutte le accuse. Mario Luciano è fratello di Franco Romito, anche lui considerato dagli inquirenti uno dei presunti boss delle famiglie coinvolte nella faida. Il regolamento definitivo dei conti tra le famiglie Romito e Li bergolis cominciò subito dopo la sentenza di primo grado del secondo maxiprocesso alla mafia garganica (sentenza del 7 marzo 2009): poco più di un mese dopo, il 21 aprile 2009, Franco Romito venne ucciso insieme col suo autista. Da anni - è scritto negli atti giudiziari - Franco Romito aveva svolto un ruolo di confidente dei carabinieri e aveva persino partecipato con i carabinieri a posti di blocco per riconoscere alcuni latitanti della mafia garganica.

I Romito e i Li bergolis erano stati alleati per anni, nella loro annosa lotta contro il clan rivale degli Alfieri-Primosa, ma l’alleanza era durata sino alla lettura degli atti giudiziari, sino a quando i Li bergolis avevano scoperto che Franco Romito li aveva traditi da tempo, quando era diventato confidente degli investigatori, anche barattando, dunque, i suoi amici di un tempo con la libertà.

Franco Romito solo una decina di mesi prima di essere ucciso era stato assolto da accuse pesanti: associazione mafiosa, traffico di droga, duplice omicidio. Era però stato assolto sia in primo sia in secondo grado perchè era emersa la sua collaborazione con i carabinieri a varie operazioni tra le quali una trappola tesa nella sua masseria di Manfredonia (nella quale aveva fatto piazzare microspie agli investigatori) per far confessare omicidi ed estorsioni ai boss dei clan rivali dei Li Bergolis e Lombardi.

All’uccisione di Franco Romito seguirono varie feroci esecuzioni con una scia di morti, tra cui, il figlio di lui, il ventitreenne Michele, freddato il 27 giugno del 2010 in un agguato mentre era in auto con lo zio, Mario Luciano Romito, scampato alle pallottole e ferito in maniera lieve. La strage di oggi si inserirebbe in una nuova guerra fra clan del Gargano: con i morti di oggi sono 17 le persone ammazzate dall’inizio dell’anno e ci sarebbero anche due lupare bianche. L’ultimo delitto, il 27 luglio, è stato quello del ristoratore di Vieste, Omar Trotta, 31 anni, freddato a colpi di pistola all’ora di pranzo mentre si trovava nel suo locale, 'L'antica Bruschettà.

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Commenti all'articolo

  • Arkan

    09 Agosto 2017 - 18:06

    Bisogna fare come in Sud America, dove il governo locale lascia carta bianca alle compagnie private .. in sella alle moto li scovano dappertutto, abbattendoli. Con risparmio di soldi e tempo inutili con processi farsa

    Rispondi

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