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«Dopo il carcere, nei campi»

Pene tra 10 e 5 anni agli imputati di associazione mafiosa e armi. Dopo la galera, un anno di lavoro in una colonia agricola

via nazariantz

Giovanni Longo
Bari Quando avranno scontato le condanne, comprese tra 10 e cinque anni, dovranno per un altro anno lavorare in una colonia agricola. È la pena accessoria stabilita dal gup del Tribunale di Bari al termine del processo nei confronti di alcuni esponenti della «Società» foggiana. Non è il primo caso, certo, ma la sanzione non viene comminata molto spesso. Per chi sta pensando forse in modo populista «Ecco cosa ci vuole, altro che galera: lavori forzati!», ricordiamo solo che la norma prevista dal codice antimafia è di difficile applicazione. Anzitutto di colonie agricole dove lavorare la terra ce ne sono poche in Italia (alcune in Sardegna). E poi, essendo collegate alla pericolosità sociale, occorrerà valutare questo aspetto una volta scontata la pena principale.
Gli imputati sono ritenuti i presunti capi e promotori della associazione per delinquere armata di tipo mafioso finalizzata alla commissione di reati in materia di armi ed esplosivi, traffico di stupefacenti, estorsioni a imprenditori, riciclaggio e ricettazione. La sentenza è stata emessa al termine di un processo celebrato con il rito abbreviato dal gup del Tribunale di Bari Rosa Anna De Palo.
La condanna più alta, a 10 anni di reclusione, è stata inflitta nei confronti di Emiliano Francavilla; 8 anni e 6 mesi per suo fratello Antonello Francavilla, 6 anni e 8 mesi per Mario Lanza e Francesco Sinesi, 5 anni e 4 mesi a Fabio Trisciuoglio, 5 anni nei confronti di Ernesto Gatta e Giuseppe Trisciuoglio, 4 anni e 8 mesi a Federico Trisciuoglio. Al di là delle pene, colpisce, il fatto che il giudice ha applicato come pena accessoria la misura di sicurezza della assegnazione ad una colonia agricola per la durata di un anno dopo l’espiazione della pena ai fratelli Francavilla, a Lanza, Sinesi e Federico Trisciuoglio, quella della libertà vigilata per gli altri, fra cui Fabio e Giuseppe Trisciuoglio, figli del capo clan Federico.
Stando alle indagini dei Carabinieri del Ros, coordinate dai pm della Dda di Bari Giuseppe Gatti e Lidia Giorgio, la cosiddetta «Societa» foggiana, oltre a gestire i traffici illeciti sul territorio, stava stringendo accordi con i Casalesi e Cosa Nostra. L’indagine, nel luglio 2013, sfociò con l’arresto di 24 persone, tra cui i boss detenuti e condannati.
Nel processo erano costituite parti civili il Ministero dell’Interno, la Camera di Commercio di Foggia, rappresentata dall’avvocato Gianluigi Prencipe, la Federazione Antiracket Italiana, assistita da Angela Maralfa, e la ex moglie di Emiliano Francavilla, assistita dall’avvocato Fabrizio Caniglia (per lei è stata riconosciuta una provvisionale di 5mila euro). La donna ha denunciato numerose violenze subite dall’ex marito. Ha raccontato, ad esempio, che lui non voleva che lavorasse e così avrebbe deciso di fare piazzare una bomba nel salone da parrucchiera dove lei lavorava. La vittima, in ospedale per le ferite riportate a seguito di una violenta aggressione, sarebbe stata anche costretta dal marito a firmare davanti al notaio il passaggio di un appartamento intestato a lei e oggi sequestrato. Scontata la pena, pure Francavilla, potrebbe lavorare in una colonia agricola.

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