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Pomodoro, gli agricoltori «sotto ricatto» delle industrie

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di MASSIMO LEVANTACI

FOGGIA - Le mille facce del pomodoro da industria in Capitanata: dallo sfruttamento dei lavoratori nei campi a quello degli imprenditori agricoli il passo è breve. Come un cane che si morde la coda: gli agricoltori lamentano guadagni «sempre più bassi» con le industrie di trasformazione, giustificando così il ricorso al lavoro in nero e dunque irregolare. Un teorema che però danneggia i produttori, a sentire il presidente della Confederazione italiana agricoltori, Michele Ferrandino: «E’ inaccettabile – dice – che le storture del sistema dei prezzi schiaccino due volte gli agricoltori: la prima, nel momento della contrattazione; la seconda, quando a tutti i produttori, senza distinzioni di sorta, si addebitano i fenomeni di illegalità e sfruttamento tragicamente emersi in queste settimane».

La Cia parla di «agricoltori sotto ricatto» con le industrie che non ritirano il prodotto giornalmente, facendolo marcire. Secondo l’org anizzazione agricola questa pratica farebbe parte di una strategia: «Le industrie hanno dimezzato il numero di camion e stanno iniziando a non rispettare gli accordi e i prezzi per il ritiro del prodotto. In questo modo rischiano di far andare in malora la stagione del pomodoro, costringendo di fatto gli agricoltori a svendere o a lasciare sul terreno un prodotto che, rimanendo troppo a lungo sui campi, perderà in qualità».

Oggi il pomodoro costa sempre di meno sulle piazze di tutto il mondo, il concentrato cinese ha appiattito i prezzi ormai da diversi anni. Ma l’Italia con le sue produzioni di qualità, come il pelato, non sa farsi rispettare specie con la Grande distribuzione organizzata che “fa” il mercato. Ma se la Gdo fa il bello e il cattivo tempo con l’industria – come denunciato da sindacati e imprese – questa a sua volta gioca al gatto con il topo con i produttori. E la filiera della speculazione all’incontrario si abbatte su chi in questa catena e alla base, come i raccoglitori nei campi pagati ormai davvero una miseria.
La Cia sottolinea che per non «strozzare» gli agricoltori e non scaricare il prezzo della competitività su produttori e lavoratori, è necessario che il prodotto sia ritirato quotidianamente e che il prezzo sia remunerativo. «Altrimenti a lungo andare – avverte Ferrandino – questa dinamica potrebbe ritorcersi contro i signori che, dall’alto, pretendono di imporre tagli anche del 30% al prodotto trasformato e inscatolato».

La confederazione fa un po’ di conti: coltivare un ettaro di terreno a pomodori, e portare a compimento il ciclo di coltivazione con la raccolta, costa non meno di 9mila euro a un’azien - da agricola. «Questo fa capire – denuncia il presidente di Provincia Cia Foggia – che oltre un certo limite non si può andare: il prezzo corrisposto ai produttori deve essere remunerativo, altrimenti tutta la filiera diventa insostenibile sia per gli agricoltori che per i lavoratori».
Ma quelle che denuncia Ferrandino sono soltanto le prime avvisaglie di un mercato tutto ancora da sviluppare. «I prezzi ai produttori – rileva il presidente – si basano su stime e previsioni di quantità e qualità del raccolto da verificare sul campo. Soltanto nell’ultima decade di agosto sarà possibile tracciare un primo attendibile bilancio sull’andamento della stagione dal punto di vista quantitativo e qualitativo. Dobbiamo lavorare tutti insieme affinché il pomodoro, come gli altri prodotti di pregio della nostra agricoltura, siano il motore di uno sviluppo economico giusto e sostenibile, che premi il duro lavoro di produttori e lavoratori. Gli agricoltori vanno sostenuti, perché schiacciando loro si schiaccia e si mortifica ogni speranza di rilanciare questo territorio attraverso la sua vocazione più autentica e con maggiore potenziale».

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