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Pelato «Igp», Anicav si scusa «Mai dimenticato Foggia»

di MASSIMO LEVANTACI
FOGGIA - Non si è fatta attendere la reazione delle associazioni agricole all’Anicav che indica «fra Napoli e Salerno» il bacino produttivo del pelato, omettendo che quel pomodoro arriva dalla Capitanata. «Non siamo spettatori di un processo economico che riguarda questa provincia per il 25% della produzione nazionale», dice Raffaele Carrabba presidente regionale della Cia
Pelato «Igp», Anicav si scusa «Mai dimenticato Foggia»
di Massimo Levantaci

FOGGIA - L’Anicav si giustifica dopo aver indicato nel bacino compreso «fra Napoli e Salerno» la culla d’eccellenza del pomodoro pelato quando la materia prima, ovvero il pomodoro lungo di Capitanata, proviene – ammettono – per l’«80 per cento dalla provincia di Foggia». «C’è stata un’omissione non voluta», risponde così alla Gazzetta il direttore Giovanni De Angelis. Ma la svista dell’associazione delle imprese di trasformazione ha suscitato la reazione della Cia regionale, di Confagricoltura e di alcuni agricoltori (la testimonianza di uno di essi è riportata a fianco) poiché l’imprecisione di per sé potrebbe non dire molto se non fosse accompagnata da una visione campano-centrica del pomodoro da cui la Capitanata – primo bacino di produzione europeo – non riesce ancora ad affrancarsi e sono ormai quasi quarant’anni. Prova ne sia il fatto che il primo grande gruppo di trasformazione, l’industria Ar poi acquisita da Princes, ha potuto superare il confine soltanto nel 2009 ad opera di un campano, lo scomparso Antonino Russo e che il gruppo foggiano Futuragri nasce in quell’anno all’insegna di una “pax” industrial-commerciale fino a quel momento difficile da raggiungere.

«L’interesse comune dovrebbe essere quello di valorizzare un prodotto che ha perso colpi in Italia, con un consumo passato dal 50% al 16% in pochi anni – sottolinea De Angelis – le speculazioni di campanile non so a chi possano giovare. Quando parliamo di pomodoro pelato intendiamo il prodotto industriale, come la pezza di parmigiano. La Campania ne rappresenta da oltre un secolo il centro di produzione di eccellenza con l’85% delle industrie di trasformazione, dopotutto la richiesta del marchio Igp (indicazione geografica protetta: ndr) è sul trasformato, non sul prodotto agricolo».

Ma la Cia legge nelle parole dell’Anicav una «prevaricazione che non si giustifica, proprio ora che si sta cercando con fatica di far partire il primo distretto agroalimentare del pomodoro da industria», dice il presidente regionale Raffaele Carrabba. «Non esiste marchio Igp senza prodotto – aggiunge il dirigente della Confederazione agricoltori – la provincia di Foggia con il suo 25% di produzione nazionale non può essere considerata mera spettatrice di un processo economico che comincia dalla pianta e finisce nel piatto di ciascun consumatore. Il pomodoro pelato è il cavallo di battaglia di questo territorio: se non si assegna centralità al bacino di produzione del prodotto non si va da nessuna parte». Anche per Marco Nicastro (Confagricoltura) la vicenda tradisce la volontà dell’Anicav di «mettere il cappello» su una produzione che il distretto dovrebbe regolamentare, ma che «non è ancora riuscito a fare e dubitiamo che lo faccia a giudicare da come è partito».

L’idea del marchio Igp non è nuova, «ci pensammo noi tre anni fa in Camera di commercio», ricorda Giovanni Cera, ex vicepresidente della Cia, oggi responsabile economico. «Il marchio è ciò che serve al pelato per acquisire maggior forza sul mercato – aggiunge Cera – non è questo che contestiamo. Ma in un’ottica di sistema queste incomprensioni non sarebbero venute fuori se il distretto non fosse oggi un polo interprofessionale non definibile che raggruppa ben sette regioni, un’enormità».

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