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Nasce il pelato «Igp» che oscura la Capitanata

di MASSIMO LEVANTACI
FOGGIA - L’Anicav ha insediato un comitato tecnico per il riconoscimento del marchio «Igp» (indicazione geografica tipica) al pomodoro pelato, coltivato quasi per il 90% in Capitanata. Ma l’associazione che rappresenta le aziende conserviere indica il bacino di produzione fra «Napoli e Salerno» del pomodoro trasformato, omettendo di ricordare che la produzione agricola è in provincia di Foggia
Nasce il pelato «Igp» che oscura la Capitanata
di Massimo Levantaci

L’Anicav ha insediato il comitato promotore per il riconoscimento dell’Igp (indicazione geografica protetta) per il pomodoro pelato, una caratteristica della produzione agricola squisitamente foggiana. Il comitato – informa l’associazione delle industrie di trasformazione con sede a Napoli – presenterà con altre 50 aziende di trasformazione in Campania, Puglia, Basilicata, Molise ed Abruzzo, istanza di registrazione al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali.

In realtà, par di capire, l’Anicav menziona le altre regioni quasi a titolo di puntualizzazione geografica, ma attribuisce la titolarità della promozione del pelato solo alla Campania. E questo accade proprio nell’anno in cui l’associazione delle industrie ha voluto la nascita del primo distretto del pomodoro da industria del Centro-Sud, con l’intento di mettere sullo stesso piano la produzione agricola con quella industriale. L’Anicav però non sembra tener conto dei valori del distretto quando parla di Igp: definisce la Campania, «con particolare riguardo alle province di Napoli e Salerno - leggiamo nella nota - da oltre un secolo il centro produttivo per eccellenza del pelato». Siamo alle solite: la campana Anicav continua a considerare l’area di bacino produttivo foggiano come una semplice levatrice del «suo» pomodoro, che poi diventa pelato e prende gloria nelle industrie di trasformazione quasi tutte campane (senza però ricordare che alcuni grandi gruppi come Princes, Castellano e Futuragri sono ormai da qualche anno “made in Daunia”).

L’Igp del pomodoro pelato, almeno a giudicare da queste premesse, avrà dunque una forte connotazione campana e il bacino dell’”oro rosso” foggiano - primo in Europa, con una media di 18 milioni di quintali – continuerà a prestare alla causa i suoi terreni e le sue strade per il trasporto dei Tir senza lasciare traccia. Un po’ come accade per altre produzioni agricole di qualità come l’olio di oliva, il vino e persino la mozzarella di bufala garganica che ha dovuto prendere la denominazione “campana” per entrare nel circuito di commercializzazione.

Dunque dov’è la novità? Sono le organizzazioni agricole di prodotto, i grandi centri di produzione foggiani che dovrebbero battere un colpo e provare ogni tanto a farsi ascoltare da chi decide oggi le strategie di politica agricola senza essere contraddetto e magari anche sbagliando. Proprio la nascita del distretto del pomodoro è apparsa molto pasticciata, come la Gazzetta ha avuto modo di far rilevare nell’intervista del 7 agosto scorso al direttore dell’Anicav Giovanni De Angelis il quale ha ammesso l’errore di programmazione in quel «15% in più di superfici coltivate e non concordate». La risposta delle aziende foggiane è stata però di due tipi: quelle che hanno aderito al distretto, non fiatano e vanno avanti per la loro strada, ma quelle che non l’hanno fatto (30%) piuttosto che montare un caso sul presunto «strapotere campano», si sono ritirate in buon ordine. Salvo qualche rara eccezione: Marco Nicastro, di Confagricoltura, contesta i metodi dell’Anicav ma la sua resta una voce isolata.

Tornando all’Igp, sarà il vice presidente con delega alla valorizzazione del pomodoro pelato, Lino Cutolo, il coordinatore provvisorio del comitato, affiancato da Pasquale D’Acunzi, presidente del Consorzio di tutela del pomodoro San Marzano dell’Agro Nocerino-Sarnese Dop e da Francesco Saviano, componente della giunta Anicav. «Il riconoscimento del marchio di tutela Igp per il pomodoro pelato – afferma Cutolo – potrà spingere verso una crescita dei consumi e una ripresa del mercato, che sta di anno in anno perdendo quote. Si tratterà di un percorso lungo, ma sono convinto che sia necessario tutelare una produzione di pregio che rappresenta il fiore all’occhiello delle nostre aziende».

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