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Il colpo nel 2016

Trinitapoli, assalto armato a portavalori: andriese incastrato dal dna

Carmine Fratepietro era in carcere per altre dur apine, una commessa a Bari e l'altra a Siena

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Avrebbe fatto parte anche lui del commando che tre anni fa assaltò un furgone portavalori sulla statale 16 nei pressi di Trinitapoli: il 41enne andriese Carmine Fratepietro - già in carcere per altre rapine simili - ha ricevuto inc ella una nuova ordinanza di custodia caitelare emessa dal tribunale del Riesame di Bari che gli attribuisce la partecipazione al'assalto a colpi di kalashnikov avvenuto il 29 febbraio del 2016.

In quella circostanza, un furgone dell'Ivri, partito da Bari e diretto a Lucera, stava percorrendo la S.S. 16 bis quando, appena superato lo svincolo di San Ferdinando Sud, era stato affiancato da una Mercedes ML nera, con i vetri oscurati e con a bordo cinque rapinatori che, esplodendo decine di colpi di kalashnikov, ne avevano forato gli pneumatici e mandato in avaria il motore fino a fermarlo. Altri rapinatori, tutti vestiti con tute nere e con il volo coperto da passamontagna, erano arrivati con altre tre autovetture, circondando il mezzo blindato bersagliato da raffiche di kalashnikov per intimidire le guardie giurate.

Mentre questo gruppo si occupava direttamente del furgone, un'altra squadra aveva intanto provveduto ad isolare il tratto di strada interessato, sia per impedire la fuga ai vigilantes assediati, sia per impedire l'arrivo dei soccorsi. Da una parte e sulle due carreggiate nonchè sullo svincolo e sulle complanari, tre auto, un furgone, un autocarro ed un autoarticolato avevano sbarrato la strada ed erano stati incendiati, mentre la strada era stata asfaltata da decine di chiodi artigianali a quattro punte.

Il colpo durò circa 5 minuti, concludendosi con l’apertura, grazie ad un potente flessibile professionale, di una fessura nella blindatura sufficiente per sfilare dal vano di carico alcuni sacchetti di contanti, stimati successivamente in 725.655 euro: meno dei circa 3 milioni di euro, destinati ad uffici postali, filiali bancarie ed attività commerciali della provincia di Foggia, ai quali il preparatissimo gruppo paramilitare aveva dovuto però rinunciare a causa dell'entrata in funzione del congegno di sicurezza che aveva in pochissimo tempo saturato tutto il vano di carico con una schiuma a presa rapida.

Le complesse indagini, svolte dai Carabinieri della Compagnia di Cerignola sotto la direzione della Procura della Repubblica di Foggia, durate circa un anno, avevano poi consentito di raccogliere gravi indizi di colpevolezza a carico di Fratepietro, ritenuto responsabile, con almeno altre dieci persone ancora in corso di identificazione, dei reati in concorso di rapina aggravata, detenzione e porto abusivo di armi da guerra e ricettazione.

In più, nel corso del sopralluogo i Carabinieri della Sezione Investigazioni Scientifiche del Comando Provinciale di Foggia avevano poi repertato anche del materiale biologico in uno dei mezzi usati dal commando, che, grazie agli accertamenti tecnici svolti dei colleghi del R.I.S. di Roma, aveva confermato la partecipazione dell'indagato.

Nel corso degli stessi accertamenti, gli stessi laboratori chimici e biologici dell'Arma avevano anche fatto emergere che lo stesso profilo genetico era già stato repertato anche sul luogo di altre due rapine commesse da veri e propri commandos paramilitari, una avvenuta a Bari nell’ottobre 2015 ai danni di due furgoni portavalori dell’I.V.R.I., ed una in provincia di Siena nell’aprile 2016 ai danni della sede della “Securpol Group”.

Era così stato possibile raccogliere gravi indizi di colpevolezza a carico del Fratepietro anche in relazione a quelle due rapine, per le quali era quindi stato arrestato nel 2017 in esecuzione di due distinte misure cautelari, dai Carabinieri di Bari e di Siena. A conferma che la banda armata fosse sempre la stessa erano arrivati anche gli accertamenti balistici effettuati sempre dai Carabinieri del R.I.S. sugli oltre 40 bossoli di kalashnikov rinvenuti sul luogo dell’assalto di Trinitapoli, i cui esiti avevano stabilito che tre dei fucili mitragliatori usati per la rapina del 29 febbraio 2016 erano stati utilizzati anche nell’assalto ai portavalori avvenuto nel 2015 a Bari.

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