Giovedì 27 Febbraio 2020 | 10:18

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Lotta al caporalato

«No Cap», nasce a Foggia il pomodoro «firmato» dai migranti

Il progetto dell'associazione di Yvan Sagnet vuole vendere il prodotto a un prezzo che tenga conto dei costi reali

pomodori raccolti

Il caporalato non è stato sconfitto e sarà molto dura riuscire a debellarlo dalle nostre campagne, inutile farsi illusioni almeno per il momento. Ma nel solco di alcune piccole e finora sporadiche iniziative di promozione del lavoro legale, promosse finalmente in forma più decisa nelle ultime settimane in Capitanata (come il trasporto dei migranti nei campi organizzato dalla Flai Cgil, la linea etica di Princes già al secondo anno), si delineano nuovi e incoraggianti percorsi. Lunedì l’associazione “No Cap” di Yvan Sagnet sarà a Foggia per lanciare un progetto interessante: una linea di pomodoro trasformato e da vendere sugli scaffali dei supermercati a un prezzo che tenga conto dei costi reali per produrlo. E dunque lavoratori regolarmente sotto contratto, costi per il trasporto della manodopera, spese di trasformazione.

La linea su cui si lavorerà è quella del pomodoro fresco, ma l’obiettivo di No Cap è di sperimentare questo percorso anche su altre tipologie di prodotto della campagna foggiana quando tra qualche settimana non ci sarà più pomodoro da raccogliere. E dunque ortaggi, verdura e altro ancora visto che l’agricoltura in questa fiorente provincia non va mai in vacanza. Analoga sperimentazione l’associazione di Sagnet intende attuare nel Metapontino con la raccolta e vendita a prezzo equo di carciofi e melanzane coltivati in loco e in provincia di Ragusa con il pomodoro nero e giallo coltivato in serra. Si comincia però dalla Capitanata dove la raccolta del pomodoro quest’anno ha dilatato i tempi a causa del maltempo in primavera che ha distrutto centinaia di ettari di coltivazioni.

Lunedì mattina Sagnet sarà al Centro territoriale per l’impiego di via San Severo per promuovere un percorso: l’assunzione di 40 lavoratori presso aziende del posto. I migranti che l’associazione porterà all’Ufficio del lavoro vivono nei ghetti di Rignano, borgo Mezzanone e in altri luoghi di degrado che contornano la campagna foggiana. I lavoratori (molti dei quali hanno deciso di recidere il cordone ombelicale che li lega ai caporali) dovranno risultare in regola con le leggi del mercato del lavoro e dunque dovranno esibire un permesso di soggiorno per motivi umanitari e poter disporre di un luogo di residenza. Una volta superato questo scoglio (tutt’altro che semplice da saltare), i lavoratori verranno iscritti nelle liste di prenotazione e quindi ingaggiati da un’azienda del territorio che ha già fornito la sua disponibilità all’assunzione di questa manodopera secondo quanto riferisce Sagnet nell’intervista che pubblichiamo a fianco.

I lavoratori avranno un contratto di quindici giorni, il pomodoro raccolto verrà trasformato dall’azienda foggiana e venduto a un prezzo «equo», circa il 30% in più (riferiscono sempre da No Cap), trattandosi di produzione biologica e peraltro riferita a una linea dedicata. Ma questa è solo la parte iniziale del progetto. No Cap avrebbe già in mano un accordo con la grande distribuzione organizzata per il lancio di una linea etica, da vendere in alcuni supermercati del territorio. I particolari di questo accordo non sono stati ancora resi noti, ma si dovrebbero conoscere a stretto giro. Per il momento il dato rilevante è l’assunzione di altri 40 lavoratori attraverso il centro per l’impiego e l’attivazione di procedure a norma di legge.

YVAN SAGNET: «L'ATTENZIONE DELLE IMPRESE STA CAMBIANDO SUL LAVORO IRREGOLARE»: «Lunedì porteremo i ragazzi a fare le visite mediche, quindi faranno le assunzioni attraverso il centro per l’impiego. Dovrebbero cominciare a lavorare nei campi intorno al 5 settembre», dice Yvan Sagnet, attivista camerunense, da anni in Italia, fondatore dell’associazione No Cap nata per promuovere iniziativa in favore dell’integrazione del lavoro extracomunitario.

Sagnet come nasce questa idea e perché partite da Foggia?
«L’iniziativa punta sulla disponibilità del mercato, oggi ci sono finalmente gruppi della grande distribuzione e aziende agricole sensibili alla tematica del lavoro nero e del caporalato e sono consapevoli di doverla combattere con i mezzi a disposizione».

Non spaventano neanche più i prezzi maggiorati?
«I prezzi dei prodotti finiti saranno comunque più alti, ma dipende dal tipo di prodotto che il consumatore acquisterà. In ogni caso le aziende presso cui abbiamo trovato questa sensibilità ci hanno chiesto quale sarebbe stato il costo, siamo andati a fare insieme a loro la formazione del prezzo sulla base delle voci da mettere nel conto: quanto costa un chilo di pomodoro, aggiungendoci contratto di lavoro, trasporto, indumenti, più i costi aziendali?».

C’è in atto secondo lei un ravvedimento anche da parte del consumatore finale oltre che del produttore?
«Abbiamo trovato una risposta molto positiva da parte della produzione e questo mi sembra già un dato indicativo. Ma il nostro è un progetto sociale, vogliamo lanciare un messaggio: se vogliamo sconfiggere il caporalato dobbiamo partire dalla base, da quanti stanno subendo il fenomeno sulla propria pelle. Oggi il caporalato occupa ancora il 90% del reclutamento di manodopera».

Per questo avete coinvolto i ragazzi dei ghetti e non i lavoratori già inseriti nelle liste dei centri impiego?
«Li prendiamo dai ghetti perchè sono quelle zone più disagiate in cui tanta gente vive in condizioni di assoluta privazione di ogni diritto. Sono i soggetti più deboli e ricattabili».

Quanti ragazzi pensate di coinvolgere?
«A Foggia saranno assunti in quaranta presso due aziende con le quali c’è già un accordo, lavoreranno per una quindicina di giorni. Con il progetto contiamo di coinvolgere non meno di cento lavoratori».

Si parte da Foggia, poi Metaponto e Ragusa. Perchè queste tre aree?
«Abbiamo scelto le aree dove c’è grande concentrazione di lavoro extracomunitario e vi sono prodotti di grande commercializzazione. Un’operazione sociale, ma che punta anche sulla valorizzazione di un mercato, quello dell’ortofrutta, abbastanza bistrattato dalle grandi catene. Noi nel nostro piccolo vorremmo provare a invertire la rotta».

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