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Conto alla rovescia per lo storico marchio Unieuro che sabato calerà il sipario su Foggia dopo quattordici anni. Decisione annunciata da tempo quella del noto gruppo di elettronica, motivata dal progressivo calo degli acquisti e forse da un’infelice ubicazione del nuovo store nel contenitore dell’ex mercato Ginnetto in via Diomede che, a quanto si dice in giro, non sarebbe risultata molto funzionale alle abitudini degli acquirenti. Secondo quanto ci è stato riferito, paradossalmente l’iper sarebbe più irraggiungibile oggi che si trova in pieno centro, che non piuttosto quando si trovava in periferia. E questo perchè i foggiani, che amano spostarsi in auto, prima avevano la possibilità del parcheggio gratuito mentre oggi devono arrivarci a piedi, o al massimo lasciare l’auto nel parkauto dell’Ataf che si trova proprio nello stesso stabile del negozio, ma a pagamento.
Una tesi che tuttavia spiega parzialmente l’insuccesso dell’investimento. Per la verità le vendite non andavano a gonfie vele già nel vecchio capannone in via San Severo: l’area commerciale, ricordiamo, era stata parzialmente ridotta prima che il gruppo coraggiosamente decidesse di spostarsi in centro, dimostrando l’intenzione di voler investire e affrontando una spesa per l’affitto più alta.

Uno sforzo che non ha portato risultati significativi a distanza di quasi tre anni (novembre 2016) dal trasloco. Secondo un primo step segnalato ai sindacati, lo store di Foggia a fine 2017 risultava in perdita di circa 300mila euro sul Mol (margine operativo lordo). I diciotto dipendenti le hanno provate tutte per salvare il posto di lavoro, sobbarcandosi lunghi periodi di contratti di solidarietà, oltre ad alcuni esodi volontari concordati con l’azienda in altri store del gruppo fuori regione. Il calo dei consumi e la crisi del settore non hanno dato scampo: se pensiamo che persino gli esercizi del food non se la passano bene, si comprende come l’acquisto di beni considerati poco necessari - se a stento si riesce a comprare pane e companatico - possano passare in secondo piano in quelle famiglie che oggi non hanno più molti soldi da spendere.


Eppure il congedo di Unieuro avviene in un clima di pettegolezzi e veleni sui social. I dipendenti che abbiamo incontrato ieri mattina si dicono molto dispiaciuti per le chiacchiere che circolano su di loro: alcuni “leoni da tastiera” li avrebbero accusati di essere stati in questi anni poco disponibili nei confronti della clientela. Accuse generiche che i lavoratori respingono a denti stretti: «Sul posto di lavoro non possiamo parlare - ci risponde un’addetta - ma siamo profondamente indignati di quello che viene detto in giro sul nostro conto». Il morale dei diciotto dipendenti che rischiano il posto è ovviamente sotto i tacchi, c’è molta rassegnazione in quel luogo di lavoro in progressivo abbandono, tra gli scaffali semivuoti si aggirano pochi compratori in cerca dell’ultimo saldo.


«La vertenza vera e propria con l’azienda si aprirà ai primi di marzo - commenta con la Gazzetta Angelo Sgobbo segretario della Fisascat Cisl - noi chiediamo eguaglianza di trattamento tra quei dipendenti che sono andati via, spinti a farlo da un incentivo economico, e i lavoratori oggi sottoposti a procedura di licenziamento collettivo. Abbiamo un po’ di tempo per discuterne - aggiunge il sindacalista - i lavoratori hanno molte ferie arretrate da smaltire, inoltre qualcuno potrebbe decidere di rimanere nel gruppo trasferendosi in altri store del gruppo aperti in altre regioni. Aspettiamo di ricevere l’elenco sulle disponibilità nelle varie sedi».
Per i lavoratori che non decideranno di andar via si prospettano due anni di Naspi, il nuovo trattamento di mobilità. «Con l’azienda noi sindacati abbiamo avuto in questi anni una buona interlocuzione - il commento di Elio Dota, segretario della Uiltucs - i lavoratori sono stati molto disponibili ed hanno fatto tutti gli sforzi pur di far andare le cose in un certo modo. Devo peraltro dire che ai tempi della Unieuro in via San Severo la situazione occupazionale era stata messa in equilibrio con gli ammortizzatori sociali. Ma poi le cose poi sono mutate quando l’azienda decise di abbandonare il capannone, perchè si riteneva fosse a rischio di rapine».

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