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Dal Salento a Parigi per Giuseppe Gabellone nessun luogo è vicino

Una storia contemporanea. Un bistrot nel nord est di Parigi, il «Cannibal Cafè», nel XX arrondissement. L’appuntamento è qui, in una fredda mattinata invernale. Il nostro interlocutore, Giuseppe Gabellone, appare ancora più giovane dell’età che ha. Sguardo profondo e pensiero chiaro, privo di qualsiasi accento nostalgico. Nato a Brindisi, trentasette anni fa, vissuto a Mesagne, racconta del «suo Sud» come di un passaggio, pieno, necessario, anzi imprescindibile, ma teso verso altre mete. E altrove è arrivato, infatti
• Andando oltre se stesso, il Sud cambia passo
Una storia contemporanea. Un bistrot nel nord est di Parigi, il «Cannibal Cafè», nel XX arrondissement. L’appuntamento è qui, in una fredda mattinata invernale. Il nostro interlocutore, Giuseppe Gabellone, appare ancora più giovane dell’età che ha. Sguardo profondo e pensiero chiaro, privo di qualsiasi accento nostalgico. Nato a Brindisi, trentasette anni fa, vissuto a Mesagne, racconta del «suo Sud» come di un passaggio, pieno, necessario, anzi imprescindibile, ma teso verso altre mete. 

E altrove è arrivato, infatti. Da viaggiatore istintivo, un po’ visionario, si è mosso seguendo ciò che era in divenire, ciò che stava prendendo forma; da scultore oggi è animato dalla necessità di decifrare il presente, di fornire rappresentazioni efficaci del nostro tempo. Per farlo ha scelto di stare «al centro», dove c’è confronto, dove arrivano e partono persone spinte dalle stesse motivazioni. Ciò nonostante si definisce un solitario. 

Forse timido, Gabellone parla poco e preferisce osservare: «Non sono uno che sa sempre cosa dire, anzi spesso non lo so e, se posso, cerco di farmi vedere poco». Pochi amici, alcuni d’infanzia, altri dell’Accademia. Il tema della nostra conversazione dovrebbe essere la storia della sua famiglia, ma l’ordine non sarà rispettato. La racconterà, certo, ma in relazione ad altro, stabilendo collegamenti, proponendo spunti, facendo dialogare tra loro scelte e momenti diversi della sua vita. Il tutto parlando di arte in una personale immagine della terra d’origine, la Puglia «animata da varie potenzialità per la sua posizione di frontiera e per un paesaggio che a tratti sembra ancora inesplorato». Sebbene, aggiunge l’artista, in Puglia prevalga ancora la tendenza a «trattenere», laddove invece il lasciare andare, gettando ponti verso l’altrove, farebbe nascere nuove realtà, perché «l’ar te accade dove trova il contesto più adatto». 

Si chiede se sia preferibile, guardando al territorio, un museo ad una scuola d’arte. Propende per la seconda, «che forma le persone e sono le persone a rendere un contesto interessante. La Puglia non si è piegata allo schema di questi anni che ha creato un po’ ovunque tanti contenitori e non sempre di qualità. È bella e diversa per questo». 

Nel raccontare Gabellone non sceglie un unico punto di osservazione e anche le sue parole, semplici e misurate, non definiscono ambiti precisi, ma scenari mobili, in cui se sono accadute delle cose, altre ne possono accadere. In questo è davvero artista. La «sua» Puglia si muove da un elemento all’altro. 
I Gabellone, in linea paterna a Lecce; i Perrucci, per parte di madre a Mesagne. Fa da sfondo a questo racconto una marmeria: «Un luogo potente, dagli spazi enormi occupati e dominati da pietre e blocchi di materia varia. E dal rumore costante delle macchine. Un campo giochi originale e assolutamente non scontato per un bambino. Fu il nonno materno Alfredo, uomo silenzioso e grande lavoratore, ad iniziare: prima in società con altri, poi da solo, passando da una attività manuale ad una meccanica con strumenti più elaborati. Con lui sono nate le case di famiglia, quella di campagna e l’impresa. 

Il bisnonno Antonio Perrucci, muratore, era molto conosciuto nella zona per la sua abilità nella costruzione di volte a stella». «Una famiglia di artigiani da sempre, che mi rappresenta», è la sintesi di Giuseppe. Una famiglia in cui fare, smontare e ricostruire sembrano essere il tratto costitutivo: «La mia casa dell’infanzia a Mesagne è sempre stata un laboratorio di cose, piena di oggetti che servivano a niente e a tutto». E tutto si svolgeva lì e non era mai uguale a prima. Il padre, professore di disegno; la madre, decoratrice. Il liceo artistico. Gabellone parla del sud che sente senza retorica. Si è ciò che si è ovunque. Anche parlando poco riesce a trasmettere una idea meno lacerata di questa terra, ponendo i paesaggi della sua adolescenza e quelli che ha incontrato andando fuori, come puntelli del suo lavoro di scultore. 

Dalla strada Brindisi-Mesagne, andata e ritorno, percorsa tante volte per frequentare il liceo artistico ai luoghi della sua vita di adesso. «A Parigi cercavo scenari nuovi. Non è stato facile abituare lo sguardo, c’è voluto tempo». All’inizio era campagna, da un lato e dall’altro, una casa cantoniera, una vecchia fabbrica, lo scheletro di un ospedale perennemente in costruzione. «Era questo il mio territorio, il mio riferimento. Lo è stato per anni». Poi la città è cresciuta, l’ospedale è stato terminato, la campagna non arriva più direttamente in città, ma attraverso centri commerciali e capannoni vari. Non so se mi piace, ma niente resta così come è». Con la scelta del liceo artistico s’inizia l’avventura. Lì avviene l’incontro con Donatello Pugliese, professore di ornato: «Ricordo un uomo imponente nella corporatura e nel temperamento, burbero e viscerale. Con lui vidi la mia prima mostra, quella sull’arte americana, al Lingotto di Torino. In treno, andata e ritorno. Fu una esperienza tanto rapida quanto determinante». 

Così, a diciotto anni comincia la stagione dei viaggi in Italia e in Europa. Viaggi per conoscere, non per scappare. Poi Brera, l’Accademia milanese e l’incontro con il professore Alberto Garutti. Anche questo un passaggio importante, che precede la prima mostra presso lo studio Guenzani, a Milano. Non ricorda bene le date e deve concentrarsi, per fissare gli eventi. Anche i riconoscimenti lusinghieri e importanti, ancora di più, se rapportati all’età di un ragazzo allora poco più che ventenne, sembrano restare sullo sfondo. Per esempio, della sua prima «personale», che andò benissimo, rivela il significato finale: quell’«essere prudente» che lo stesso Guenzani gli consegnò come amuleto per l’avvenire. Seguirono a ruota la Biennale di Venezia, Sidney e Santa Fé. 

A Mesagne, tornava ogni volta per mettere in cantiere u n’opera: «c’era lo spazio giusto». Poi di nuovo via, a Milano. Nel 2002 un invito decisivo: unico artista italiano a «Documenta » di Kassel in Germania. Nel 2005 ancora una volta la Biennale di Venezia, curata da Francesco Bonami. Contemporaneamente la prestigiosa Fondazione Sandretto di Torino lo inserisce nella collezione. Il Museo d’arte contemporanea di Chicago organizza una sua personale. Tanto movimento, molte occasioni - «qualcuna giusta» -. Retroscena di tutto questo sono tanto studio, tanta ricerca sui materiali (mai gli stessi), tante prove. Anche la tecnica non è mai la medesima. Parlerà pure poco Gabellone, ma cammina e, chissà, al di là di ogni pensiero, che non sia questa la chiave giusta per l’avvenire.

di ALESSANDRA BOCCHINO

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