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A Monopoli i Meo Evoli una famiglia e una storia una terra mai dimenticata

Capita a volte di incontrare degli eroi o meglio delle eroine. Di questo tempo certo, ma comunque persone, uomini o donne che in forza di una idea di mondo, stabiliscono le coordinate intorno alla quali organizzare la propria esistenza. E questa idea a volte coincide con una immagine, un principio, un luogo da difendere e conservare. La conoscenza di Nori Meo Evoli ha avuto questa caratteristica. La Masseria Fortificata Spina, con la sua scalinata a doppia rampa e il loggiato a tre archi, ne è stata cornice
• I pronipoti tra la Puglia e l’estero: tradizione sì, ma anche fascino dei popoli
Capita a volte di incontrare degli eroi o meglio delle eroine. Di questo tempo certo, ma comunque persone, uomini o donne che in forza di una idea di mondo, stabiliscono le coordinate intorno alla quali organizzare la propria esistenza. E questa idea a volte coincide con una immagine, un principio, un luogo da difendere e conservare. La conoscenza di Nori Meo Evoli ha avuto questa caratteristica. La Masseria Fortificata Spina, con la sua scalinata a doppia rampa e il loggiato a tre archi, ne è stata cornice e motivo. 
Una curiosità e un destino: la linea di Spina è tutta al femminile. 

Siamo a Monopoli, la «Città Unica », bella e disordinata, forte del contrasto tra un dinamico aspetto industriale e leggende, come quella della zattera che, nell’anno 1117, riporta a terra, dopo lunga navigazione l’icona bizantina della Madonna dei monopolitani. Dall’alto della terrazza si vedono ulivi, una bella campagna, alla quale le tante piogge di quest’anno, hanno regalato infinite sfumature di verde e poi: capannoni industriali qua e là, mura di cinta anonimi, un campo eolico in lontananza. 

Lo sguardo va e Nori, con un sorriso appena accennato, racconta di quando questo non c’era e ancora, di quando bambina, «avevo sei anni, vidi costruire la Tognana, e di quando con mio figlio 18enne l’abbiamo vista abbattere». Nori è una restauratrice e guarda al paesaggio con lo spirito di chi saprebbe come e dove intervenire per riparare i guasti e restituire ad ogni cosa la sua bellezza. Sa che si potrebbe fare. Intanto, Spina Grande e Spina Piccola, due nomi quasi simbolici, indicano alle nostre spalle, le torri, guardiani e custodi di questa contemporanea resistenza al femminile, tutta concentrata nel fronteggiare e interpretare la realtà con occhi e comportamenti diversi. Una volta c’era l’ovile, le stalle, il frantoio: «La strada di accesso era bordata di gelsi: si tesseva la seta». 

Sembra davvero una donna di libertà. Viaggiando tra i personaggi della letteratura, si assimila a qualcuna di quelle donne un po’ singolari, che navigando controcorrente, non si sono accontentate di vivere da spettatrici ma hanno cercato di indurre, da protagoniste, momenti di trasformazione nel mondo circostante. Fu il padre Giuseppe, negli anni Settanta, insieme alla moglie Grazia Conti, a capire che l’imprenditoria agricola era giunta al suo termine e che doveva aprirsi una nuova stagione. A suo modo è stato un pioniere nel campo dell’industria turistica: «Fu il primo a riconvertirsi, ad unire produzione e accoglienza, a pensare alla propria terra in funzione di un nuovo stile del vivere, proteso tra natura e conoscenza. Puntare sulla ricchezza del territorio, era allora un pensiero davvero rivoluzionario in una Puglia ancora un po’ chiusa». 

Nori ne ha preso il testimone, insieme ai suoi figli. Mentre descrive come potrebbe essere quello spazio immenso, riaffiora la scelta, di tornare in Puglia, seguendo l’impulso di una passione coltivata lungo la vita: la terra, la propria storia, la convinzione che la bellezza e l’arte siano strumenti potentissimi per svelare l’armonia di un territorio. Tasselli in una lettura esaustiva del mondo; dal lavoro sui murales ebraici, esposti nel Museo della Memoria e dell’Accoglienza, a Nardò, sul lungomare di S. Caterina al Bagno, al recupero dell’altare della chiesa di S. Bernardino a Molfetta, fino alla conservazione del patrimonio di questa regione. 

Ne parla come di «un tesoro perduto»: «Oggi si ragiona al contrario di come hanno fatto i nostri antenati. I Romani volevano il territorio, ma progettavano e i singoli risultati tendevano ad un unico fine». Come dire che, la mancanza di continuità tra passato e futuro, ci impedisce di mettere in gioco l’eredità, in senso lato, di cui siamo transitoriamente custodi. Il nostro incontro ha un doppio ritmo: quello di Spina, caratteristico della campagna, operoso e produttivo e quello più pacato, ma non per questo meno vitale, della dimora, che invece si offre sicura allo sguardo degli appassionati. All’origine, un incastro singolare, che vede strettamente intrecciate le famiglie Martinelli e Meo Evoli: due sorelle, Maria e Chiara, sposano, sul finire dell’Ottocento, i due fratelli Giuseppe e Domenico Meo Evoli. Successivamente, i loro figli,Olga (di Domenico e Chiara) e Leonardo (di Maria e Giuseppe), cugini, si sposano, dando origine alla cordata che arriva sino ad oggi, con papà Giuseppe, Nori e Leonardo, appunto. Prima ancora, facciamo un passo indietro, la potente famiglia Martinelli, originaria di Mola, aveva posto le basi di quello che sarebbe diventato poi un vero impero, con Vito Giuseppe, che trasferitosi a Monopoli, seppe coniugare la vitalità della cittadina con un grande senso degli affari. 

Dal commercio della seta, che acquistava in Oriente, alla terra coltivata ad ulivi, quindi compravendita di olio e vino. Fu lui che acquistò,nel 1760, da Pasquale Ammazzalorsa, Masseria Spina. Da qui i due fratelli, Vito Giuseppe e Francesco Paolo, artefici della fortuna di famiglia: il primo costruiva la villa Meo Evoli e arricchiva le proprietà di famiglia acquistando terreni tra Monopoli e Polignano, Ostuni e Fasano. Il secondo aveva più il profilo dell’imprenditore: sposò la nobile bitontina Eleonora Indelli entrando così nella gelosa aristocrazia monopolitana. Ereditò dal fratello, che non aveva avuto figli, e consolidò il patrimonio. Dunque, Masseria Spina e Villa Meo Evoli. Rossa costruzione del XVII secolo, la prima, imponente residenza settecentesca dal sapore palladiano, la seconda. Siamo in contrada Santoceano, nella campagna monopolitana, zona quieta e ordinata di dimore gentilizie. La facciata con le sue colonne lascia intravedere un inedito paesaggio pugliese: intorno, fontane e piccoli laghetti, grandi pini a fare ombra e viali incorniciati da busti marmorei che accompagnano solenni il visitatore un po’ stupito. Nell’aria un autentico profumo di resina. Una volta, dove oggi c’è una terrazza, c’era un mul ino. Sul fondo del giardino, la casina, dedicata, come usava, ad ospitare opere d’arte, vasi e sculture. Due nuclei raccolti dai Martinelli e dalla famiglia Palmieri. Al centro, sulla grande porta finestra, una scritta, voluta da Francesco Paolo, accogliere il visitatore: «Uomini del sapere, amantissimi, in questo tempo la memoria a difendere». 

La memoria appunto, non vincolo, ma opportunità per aprire «la porta al presente». Una bella Venere guarda lontano e attende, fiera ma un po’ sola. Una volta era facile «guardare», ammirare, i tanti oggetti di età ellenistica e romana, rinvenuti nelle ricche aree archeologiche di Monopoli e Egnazia. Oggi nelle belle sale, solo i busti e le statue marmoree, insieme a un immutato fascino. Il resto della collezione al momento non c’è, attende una destinazione più sicura: «E’ un bene che fa parte della nostra identità, aggiunge Leonardo, appartiene a noi tutti, appartiene a questa regione». Due fotogrammi diversi, dunque, quelli che i fratelli Meo Evoli interpretano, imprimendo a ciascuno il proprio segno: quello creativo di Nori, abituata per mestiere a comporre e scomporre, si aggiunge, come in un montaggio, a quello razionale di Leonardo, fisico di formazione, studioso in organizzazione della conoscenza. 

Due approcci che si completano e che in comune hanno un universo fatto di filosofia, scienze, arti, insomma tutto quel sapere che influisce su comportamenti e modi di stare nelle cose. Il risultato si vede, si percepisce e viene da lontano: lo indica il bisnonno Leonardo nella sua lettera di commiato dalla vita, anno 1967, indirizzata agli amatissimi figli e ai nipotini: «Chi ama ed è legato alla terra, rimanga ad essa attaccato. La Terra sta li... qualcuno deve pur curarla e la scienza non potrà dimenticarla. Essa dà vita, vitto e salute. Anche nella immobilità delle tute spaziali si conserva la vita; ma solo col moto del mare, della campagna, della montagna, realmente si vive e si gode».

di ALESSANDRA BOCCHINO 

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