Giovedì 17 Giugno 2021 | 22:41

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Scontro post Brexit sulla pesca, sfida navale tra Regno Unito e Francia

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LONDRA - Una sfida navale in piena regola, seppure simbolica e senza colpi in canna da sparare, infiamma lo scontro fra Regno Unito e Francia sui diritti di pesca post Brexit nella Manica appena un giorno dopo i proclami del G7 a presidenza britannica sulla compattezza del "fronte delle democrazie" occidentali dinanzi alle "minacce" di Paesi come Cina o Russia. E riporta in auge - in versione piccolo cabotaggio - quella che, altrove e in altri tempi, fu la politica delle cannoniere delle potenze europee.

L'epicentro dell'escalation di questa mini Trafalgar delle aringhe e dei merluzzi è diventata per alcune ore Jersey, dipendenza autonoma della Corona di Londra con altre due isole dell'arcipelago anglo-normanno. Terra nota per i panorami pittoreschi, lo status fiscale privilegiato e le acque pescosissime a 14 miglia nautiche dalle prime propaggini costiere della Normandia. Acque che fanno gola ai pescatori francesi, protagonisti di un protesta clamorosa e di un tentativo di blocco che ha innescato l'immediata reazione muscolare del governo di Boris Johnson e la controreazione di Parigi (spalleggiata da Bruxelles), prima del ritorno a un confronto negoziale che per ora ha consentito d'attenuare le tensioni.

Tutto è cominciato con la decisione britannica d'interpretare in senso restrittivo il delicato capitolo sulla pesca dell'accordo sul dopo Brexit sottoscritto all'ultimo tuffo con Bruxelles alla vigilia di Natale. Interpretazione cui è seguita l'ulteriore stretta delle autorità di Jersey e che prevede condizioni aggiuntive per i 41 pescherecci francesi autorizzati finora sulla carta a gettare le reti attorno all'isola su 344 che avevano presentato richiesta: con tanto di obblighi di documentazione extra "non concordati e non notificati in anticipo" che stando alla Francia e all'Ue rappresenterebbero una violazione (o almeno una forzatura) del trattato. Di fronte allo stallo, e con l'incoraggiamento dei richiami a possibili "ritorsioni" avanzati dal governo di Parigi, i pescatori normanni sono passati all'azione. Con una protesta che ha visto schierarsi circa 50 imbarcazioni di fronte a St Helier, capitale e principale porto di Jersey, per minacciare il blocco di fatto dell'isola. L'appello del governo locale a Londra è stato a quel punto immediato, e Johnson, in piena giornata elettorale amministrativa nel Regno, non ha esitato neppure un minuto: inviando due navi da guerra, la Severn e la Tamar, per "monitorare la situazione". "Il nostro sostegno verso Jersey è incrollabile", ha assicurato il primo ministro Tory in una serie di colloqui telefonici con il chief minister del territorio 'minacciato', John Le Fondre, e con il ministro degli Affari Esterni, Ian Gorst, dopo aver dato l'ordine di salpare. L'amministrazione di Emmanuel Macron naturalmente non è stata a guardare: le mosse britanniche "non ci intimidiscono", ha fatto sapere, spedendo a sua volta nei dintorni, fuori dalle acque territoriali, l'Athos e la Themis, una motovedetta e un pattugliatore. Finché, dopo un colloquio definito "positivo" svoltosi a St Helier fra i i governanti dell'isola e i rappresentanti della protesta, questi ultimi hanno deciso di fare macchina indietro e di ritirarsi.

La querelle non è comunque chiusa né risolta, hanno avvertito i pescatori passando la palla "alla politica": costretta a tornare adesso d'urgenza - sull'asse Londra-Parigi e soprattutto Londra-Bruxelles - al tavolo negoziale per sciogliere i nodi di quelli che solo i britannici minimizzano come "dettagli tecnici" sull'attuazione delle intese. Mentre le due unità della Royal Navy rimangono al momento in zona: "per precauzione", secondo Downing Street. La prova di forza di Bojo appare del resto soppesata con cura, sullo sfondo di un dossier in cui il Regno per una volta ha il coltello dalla parte del manico, tenuto conto che dalle acque britanniche dipende un buon quinto dei ricavi del settore ittico francese, un 30% di quello danese od olandese, addirittura la metà di quello belga. E contribuisce a ringalluzzire un Paese che ora può esibire stime lusinghiere sul rimbalzo dell'economia post pandemia (indicate dalla Bank of England per fine 2021 a un +7,25% del Pil, picco da 80 anni a questa parte) in barba a certe profezie di sventura immediate sulla Brexit; oltre a un scenario di contagi Covid tornato sotto controllo - con numeri inferiori a ogni altra nazione europea - grazie all'effetto di una campagna di vaccini da record.

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