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BRUXELLES - Fumata nera al vertice dei 28 leader sulle nomine per i top job europei, la soluzione è stata rimandata ad un summit straordinario, convocato per domenica 30 giugno alle 18, due giorni prima dell'elezione del presidente dell'Eurocamera. "Non è stata trovata maggioranza su alcun candidato, serve un pacchetto che rispecchi la diversità dell'Unione europea, e serve tempo per trovarlo. Ci incontreremo di nuovo il 30 giugno", ha annunciato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, spiegando che le discussioni nel frattempo andranno avanti tra i leader Ue anche in occasione della loro partecipazione al G20 di Osaka. Decisamente destinata a tramontare anche l'ipotesi degli Spitzenkandidat: Tusk ha ricevuto il mandato dei leader a convincere il Pe a mettere da parte il sostegno ai candidati di punta su cui comunque non è stata trovata una maggioranza parlamentare.

Nonostante una certa disponibilità di Liberali e Socialisti a convergere su un candidato dei Popolari per la presidenza della Commissione europea, un nome che non fosse però quello del candidato di punta del Ppe Manfred Weber, il confronto dei capi di stato e di governo si è chiuso con un nulla di fatto. Intanto però sembrano essere usciti di scena il capo negoziatore della Ue sulla Brexit Michel Barnier, che non godrebbe del gradimento della cancelliera Angela Merkel, ed il premier e la presidente croati Andrej Plenkovic e Kolinda Grabar Kitarovic, dato anche il contenzioso della Croazia con la Slovenia. Altrettanto fuori dai giochi appare la presidente della Banca mondiale, la bulgara Kristalina Georgieva. A dare il senso delle difficoltà per risolvere il Risiko era stato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, che poco prima dell'inizio del vertice aveva twittato: "Più cauto che ottimista".

L'umore del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, che ieri aveva parlato di "cauto ottimismo", si è incupito dopo l'incontro con la cancelliera tedesca Angela Merkel ed il presidente francese Emmanuel Macron, che a quasi un mese dalle elezioni europee, e nonostante le intense trattative non hanno allentato di un centimetro la morsa del loro braccio di ferro. Merkel, col Ppe, è tornata a fare quadrato sul 'candidato di punta' Manfred Weber, rivendicando ancora una volta la presidenza della Commissione europea per il bavarese. "Non è accettabile una proposta del Consiglio" sul nome del prossimo presidente della Commissione "che sia poi respinta dagli eurodeputati", ha avvertito la cancelliera, che nonostante i corteggiamenti di vari leader, ha categoricamente escluso l'idea di lasciare Berlino per prendere la guida di un'istituzione Ue, gelando le speranze di molti. Macron - col sostegno di Liberali e Socialisti - ha ribadito, dal canto suo, un sonoro no all'opzione, avvertendo: "Bisogna lavorare col Parlamento europeo per trovare la squadra migliore per l'Unione, con uomini e donne che abbiano competenze, credibilità e siano figure forti". Mentre Giuseppe Conte, che a Bruxelles si gioca la partita per evitare l'apertura della procedura di infrazione per debito eccessivo, ha indicato quale candidato ideale dell'Italia per la presidenza della Commissione Ue, chi sarà pronto "a cambiare le regole" europee. Profetico il presidente dell'Eurocamera Antonio Tajani: "le posizioni sono ancora troppo lontane per trovare una soluzione a breve. Forse servirà un vertice straordinario", aveva detto già a metà pomeriggio. Tusk ha riunito Merkel, Macron e lo spagnolo Pedro Sanchez poco prima dell'avvio della discussione sulle nomine, per sondare di nuovo il terreno, nel tentativo di riuscire a costruire uno schema per riempire tutte le caselle in un colpo solo (oltre alla presidenza della Commissione e della Bce, anche quella del Parlamento, del Consiglio, e dell'Alto rappresentante, allargando a vicepresidenze di peso) nel tentativo di rispondere ai criteri geografici e di genere (Tusk vorrebbe due donne per i top job), accontentando al tempo stesso le varie famiglie politiche.

Per i top job dell'Eurotower continuano ad essere in corsa il falco tedesco Jens Weidmann, i finlandesi Olli Rehn e Erkki Liikanen, ed il governatore della Banca di Francia, Francois Villeroy de Galhau. E restano in circolazione quelli del premier liberale belga Charles Michel, e dell'ex premier danese Lars Lokke Rasmussen (Liberale); il ministro degli esteri spagnolo, il socialista Josep Borrell; il primo ministro portoghese socialista Antonio Costa; oltre alla francese Cristine Lagarde e vari altri ancora.

 

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