La riflessione
Oggi è la giornata della Salute, pensiamo alle città
Il 7 aprile, Giornata mondiale della salute, può essere l’occasione per cambiare prospettiva. Quando pensiamo alla salute, immaginiamo quasi sempre ospedali, medici, cure
Il 7 aprile, Giornata mondiale della salute, può essere l’occasione per cambiare prospettiva. Quando pensiamo alla salute, immaginiamo quasi sempre ospedali, medici, cure. Ed è giusto: la capacità di curare resta una delle più grandi conquiste delle società moderne e il sistema sanitario è un pilastro fondamentale del nostro welfare. Ma accanto alla cura esiste un’altra dimensione, meno visibile e non meno decisiva: la capacità di una società di produrre salute prima ancora che sia necessario curare la malattia.
Perché la salute non si costruisce soltanto nei luoghi di cura. Si costruisce, e spesso soprattutto, nei luoghi della vita quotidiana. La letteratura scientifica lo afferma da anni: una parte rilevante dello stato di salute dipende da fattori non sanitari, cioè dai determinanti sociali e ambientali della salute, come istruzione, lavoro, condizioni abitative, qualità degli spazi e relazioni sociali (WHO, Social Determinants of Health, 2008).
In altre parole, la salute si produce negli ambienti in cui viviamo. Nelle città questo è ancora più evidente. Oggi oltre il 55% della popolazione mondiale vive in aree urbane, quota destinata a crescere fino a circa il 68% entro il 2050 (United Nations, 2018). Questo significa che il futuro della salute pubblica si giocherà sempre di più nella qualità concreta dei nostri contesti di vita: città, scuole, quartieri, luoghi di lavoro, reti educative, spazi di prossimità. È la stessa intuizione che, da anni, ispira il lavoro promosso dall’OMS attraverso il network delle Healthy Cities e, in Italia, dalla Rete Città Sane.
Non è un caso che sia tornato centrale il concetto di salutogenesi, introdotto da Aaron Antonovsky: non limitarsi a studiare le cause della malattia, ma comprendere ciò che genera salute (Antonovsky, Health, Stress and Coping, 1979). Applicata alla vita quotidiana, questa intuizione porta a una domanda semplice e radicale: i nostri ambienti producono salute oppure la consumano?
La salute inizia sotto casa. Quando un bambino può giocare in sicurezza. Quando un adolescente trova una società sportiva, un oratorio, un laboratorio teatrale, un luogo in cui riconoscersi. Quando un anziano esce e incontra una panchina, un servizio, un volto, una relazione. Una scuola è salutogenica quando include, sostiene e crea fiducia. Un quartiere lo è quando offre mobilità, servizi, occasioni di incontro. Un luogo di lavoro lo è quando non consuma le persone, ma le sostiene. Al contrario, gli stessi contesti possono diventare patogenici quando isolano, escludono, producono stress, solitudine e disuguaglianza.
Anche su questo la ricerca è netta: relazioni sociali solide sono associate a una riduzione del rischio di mortalità fino al 50% (Holt-Lunstad, 2010). Dati che ci ricordano una verità semplice: la salute non è solo un fatto clinico, ma anche relazionale, urbano e sociale. Per questo progettare ambienti più vivibili, rafforzare lo sport di base, sostenere i luoghi educativi e culturali, rendere accessibili gli spazi pubblici, costruire prossimità e fiducia non sono politiche accessorie. Sono politiche di salute pubblica.
La produzione di salute è quindi un processo condiviso. Riguarda le scelte della politica, ma anche quelle di ciascuno di noi: nel modo in cui usiamo gli spazi, nel modo in cui trattiamo gli altri, nel modo in cui contribuiamo a rendere un ambiente più accogliente o più ostile.
Per questo, forse, la domanda più importante da porsi oggi non è soltanto come curare meglio, ma se nei nostri ambienti stiamo contribuendo a produrre salute. Perché la salute non si difende solo quando si rompe: si costruisce prima, ogni giorno, con scelte pubbliche e comportamenti individuali.