il commento

Via le ombre dal governo ma l’Italia non riesce a separare le carriere come altri Paesi

Bruno Vespa

Le dimissioni di Andrea Del Mastro e di Giusy Bartolozzi e quelle chieste da Giorgia Meloni a Daniela Santanché dimostrano che il presidente del Consiglio vuole togliere ogni ombra sul governo nell’anno che ci separa dalle elezioni politiche

Le dimissioni di Andrea Del Mastro e di Giusy Bartolozzi e quelle chieste da Giorgia Meloni a Daniela Santanché dimostrano che il presidente del Consiglio vuole togliere ogni ombra sul governo nell’anno che ci separa dalle elezioni politiche. Del Mastro, pur non ritenendolo dovuto, aveva messo a disposizione della Meloni la sua delega. Non era accettabile che un sottosegretario diventasse socio di un ristorante con la maggioranza detenuta da una ragazza di 18 anni, figlia di una persona già nota alle cronache per i suoi rapporti con la mafia e poi condannata.

La Bartolozzi è stata difesa fino all’ultimo da Carlo Nordio per la sua capacità organizzativa nel ministero, dove peraltro era nota per la sua gestione autoritaria e divisiva. Era gravissimo che nel suo ruolo di capo di gabinetto partecipasse ai dibattiti referendari. Ancora più grave che si fosse lasciata andare a frasi totalmente inappropriate. Daniela Santanchè è il caso più controverso perché la titolare del Turismo non è stata ancora rinviata a giudizio per la truffa all’Inps sui rimborsi Covid (lo è stata per falso in bilancio). Ma nonostante abbia lavorato bene nel suo settore, l’immagine del governo è appannata da anni da una telenovela giudiziaria oggettivamente scabrosa.

La sconfitta referendaria è caduta addosso alla Meloni come un macigno che lei non ha sottovalutato affatto. Dimostra che questo Paese è impermeabile alle riforme: se in tutti i Paesi europei (tranne Italia e Grecia) le carriere sono separate, e da noi farlo diventa una inaccettabile violenza alla Costituzione, abbiamo qualche problema. Anche perché non c’è una sola riga della riforma che metta in discussione l’autonomia non solo dei giudici, ma anche dei pubblici ministeri che nei principali paesi europei rispondono indirettamente al governo. Vedere i magistrati di Napoli che brindano al canto di «Chi non salta Meloni è» non lascia presagire niente di buono nella città in cui il procuratore Gratteri ha detto a giornalisti ostili: «Faremo i conti». Sarà dunque assai difficile parlare di premierato e di una autonomia troppo spinta, anche se sarebbe un errore disconoscere gli squilibri tra Nord e Sud, nello stesso interesse del Mezzogiorno che ha diritto a una classe politica più efficiente.

I sondaggi trasmessi ieri sera da Porta a porta sulle intenzioni di voto per le elezioni politiche che si terranno nella primavera dell’anno prossimo dimostrano che il referendum non ha scalfito la differenza tra maggioranza e opposizione. Fratelli d’Italia e il Partito democratico restano divisi da sette punti. Gli analisti demoscopici sono concordi nel sostenere che i 6 milioni di elettori (in larga parte giovani) che nessuno aveva visto arrivare perché non avevano votato né alle ultime europee, né alle ultime politiche, non andranno se non marginalmente a rinforzare il Campo largo. Che peraltro avrà qualche problema, se gli stessi sondaggi sulle primarie accreditano in vantaggio Giuseppe Conte rispetto a Elly Schlein, mentre un piccolo terzo incomodo come Ernesto Ruffini, ha annunciato la sua candidatura per raccogliere una parte dei voti riformisti.

È singolare che gli elettori di età superiore ai 54 anni, che in genere conoscono meglio la Costituzione, se non altro per aver assistito ai dibattiti degli ultimi decenni, abbiano votato in maggioranza per il Sì, al contrario di giovani che in larga parte della Costituzione sanno poco o nulla. Il loro è stato un voto politico, non partitico, dice il sondaggista Antonio Noto. Ma certamente la guerra, le ricadute sui carburanti, gli imbarazzi che Trump procura alla Meloni e una certa insoddisfazione generale non hanno giovato al governo.

Una cosa Giorgia Meloni non può consentirsi: andare alle elezioni politiche con la certezza di un pareggio che aprirebbe la strada a un quarto governo tecnico dopo quelli Dini, Monti e Draghi. Può andare all’opposizione il partito di maggioranza relativa? Ecco dunque che si apre la partita della legge elettorale. Sarebbe auspicabile vederne una senza forzature, ma con binari ben definiti che assicurino all’Italia. Chiunque vinca, una stabilità che in questi anni stiamo avendo per la prima volta con risultati di credibilità internazionale che non hanno precedenti.

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