Venerdì 20 Marzo 2026 | 16:22

Poco lavoro al Sud? Forse, ma anche lavoratori...sbagliati

Poco lavoro al Sud? Forse, ma anche lavoratori...sbagliati

Poco lavoro al Sud? Forse, ma anche lavoratori...sbagliati

 
lino patruno

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lino patruno

Si mandano curriculum come in una pesca a strascico: qualcuno abboccherà. Così avviene che in Puglia manca il 42 per cento dei lavoratori necessari. O meglio: non è che mancano, mancano quelli giusti

Venerdì 20 Marzo 2026, 14:25

Eperò, a costo di rischiare il linciaggio, la domanda va fatta. La domanda è: ma siamo proprio sicuri che non ci sia lavoro in Italia? Soprattutto che non ce ne sia al Sud? Certo non ce n’è quanto ce ne vorrebbe. E non ce n’è quanto ce ne vorrebbe soprattutto al Sud. C’è sofferenza dietro la fuga dei giovani dal Sud, e c’è sofferenza dietro la fuga dei giovani del Nord all’estero. Perché a volte le fughe sono una scelta, più spesso una necessità in un Paese che da vent’anni non cresce quanto gli altri.

E dietro quelle fughe c’è perdita di valore per il Sud e per l’Italia, il valore dei laureati, i cervelli, e comunque il futuro rappresentato dai giovani. Ma poi leggi titoli come «L’Italia è maglia nera in Europa per coerenza fra studi e lavoro». Oppure: «Il lavoro è disallineato fra domanda e offerta».

Quindi c’è un problema a bordo. Giovani e imprese spesso non si incontrano. Aggiungono i giornali: solo il 46,1 per cento dei giovani italiani ha un impiego molto in linea col titolo universitario (contro il 56,8 di media europea e il 75 per cento della Germania). Quindi la metà non fa ciò per cui ha studiato. E l’altra metà si trova personale diverso da quello che gli sarebbe servito.

Con un altro titolo dei giornali: «Allarme delle imprese: circa la metà della manodopera è ormai introvabile».

Così si mandano curriculum come in una pesca a strascico: qualcuno abboccherà. Così avviene che in Puglia manca il 42 per cento dei lavoratori necessari. O meglio: non è che mancano, mancano quelli giusti. O forse quelli giusti se ne sono andati.

Non una situazione del momento, ma stabile: «strutturale». Dice: ah, li conosciamo quelli, pensano solo al turismo e alla ristorazione. Dovremmo fare tutti i cuochi o i porta-valigie. Che siano in settori che in Puglia (e al Sud) crescono più di altri, basta vedere uno fra i nostri centri storici non solo d’estate.

E che quelli siano i lavori meno pagati, non è solo per abuso: sono i settori più stagionali. Ma sono anche quelli su cui un territorio non può basare tutta la sua crescita. Mancano però anche gli artigiani, che non sono solo quelli capaci di inventarti un bel vaso di ceramica (ed averceli è sempre un bene). Ma anche quelli, solo un esempio, dei lavori di precisione e cura del particolare che fanno la differenza anche in un mondo che sembra tutto uguale (e troppo cinese).

Un tempo li si definiva operai specializzati, ora il politicamente corretto li ha trasformati in tecnici col camice bianco. Ma essi sono la nobiltà che fa la differenza.

Ora non c’è più il muratore che vuole il figlio ingegnere, aspirazione che ha fatto il miracolo economico italiano. Anche perché vallo a trovare un muratore: oggi «maestranze» di nome e di fatto. Col rischio che, meno lavoratori giusti ci sono, meno trasmettono conoscenze. E siccome ora o lo dici in inglese o sei un poveretto, c’è lo skill shortage, cioè la carenza di competenze adeguate. Pensa al grande campo della manutenzione della nostra vita quotidiana (l’elettricista, l’antennista, il fabbro tanto preziosi da far dire a Woody Allen: «Dio è grande, ma a che serve se la domenica non trovo un idraulico?»). Pensa all’infinito campo della manutenzione delle città, quella che non ti fa rimanere un marciapiede rotto a vita. E ti dà sicurezza non solo ortopedica.

Oggi servono soprattutto informatici ma abbiamo soprattutto umanisti. Guardi che molti amministratori delegati sono stati e sono laureati in filosofia, capiscono meglio gli altri. Va bene. E c’è una richiesta addirittura allarmata dai settori della salute e dei servizi sociali. Ma se anche una convocazione di condominio si fa al computer, lo vuoi minimamente conoscere questo computer?

E lasciamo perdere l’intelligenza artificiale (minuscolo, non si capisce perché maiuscolo) che, a furia di non conoscerla, la facciamo passare per l’Anticristo mentre potrebbe essere una nostra assistente. E se fa già perdere posti di lavoro, ancora più bisogna capire cosa fare: magari l’artigiano (appunto) dalle mani magiche.

Gli investimenti tecnologici a Bari non sarebbero stati possibili senza il Politecnico. È l’appello alle materie universitarie Stem (scienze, tecnologia, economia, matematica). E non è un caso che in Lombardia gli iscritti al liceo classico siano solo il 3,2 per cento. Ma la scuola deve preparare alla vita, non al lavoro: irrisolto dilemma. Poi ti soccorre il dato sul 4+2: quattro anni di istituto tecnico (e non solo ragionieri o geometri come in passato) e due di Istituto tecnico superiore (gli Its) il cui boom anche al Sud è completato dal dato del 93 per cento dei frequentanti che trova subito lavoro. E parliamo di meccatronica (come all’imperdibile Cuccovillo di Bari) e di aerospazio, di biotecnologie e di digitale. Ciò che fa sperare in un destino non solo di mezzi occupati o di male occupati.

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