fisco
Finanziare la spesa senza titoli, la scommessa del credito cedibile
I rischi? Non trascurabili: quello di generare una moneta parallela, una possibile incompatibilità con le regole europee, un impatto reale sul deficit nel tempo e, non ultimo, un possibile problema di fiducia da parte dei mercati
Emergenze a parte, vi è l’introduzione del Credito d’Imposta Cedibile come strumento collegato alla proposta di legge per finanziarle senza fare debito. Un’idea dal grande sapore tecnico-politico, pensata evidentemente da chi di queste materie si intende e ha dimestichezza con i meccanismi della finanza pubblica.
La ratio del Credito d’Imposta Cedibile (CIC) risiede nella creazione, da parte dello Stato, di un credito fiscale trasferibile tra cittadini e imprese, utilizzabile per pagare imposte trascorsi due anni dalla sua emissione. In sostanza una sofisticata imitazione dei crediti fiscali dei bonus edilizi, ovvero di quei tax credit negoziabili che negli ultimi anni hanno trovato ampia applicazione.
Ecco quindi profilarsi una possibile alternativa all’euro come mezzo di scambio interno, con lo Stato che, di fatto, fabbrica uno strumento assimilabile a moneta fiscale.
Il testo di legge, nella sostanza, propone anche un conto digitale dove detenere questi crediti: il Cassetto di Risparmio Fiscale (CRF). Una sorta di fratello gemello del cassetto fiscale dell’Agenzia delle Entrate, ovvero un conto digitale pubblico nel quale verrebbero accreditati i CIC.
Da qui l’invenzione dell’infrastruttura operativa: la tessera sanitaria, ormai divenuta strumento multifunzione, diventerebbe anche mezzo di pagamento e servirebbe per trasferire i CIC tra cittadini e imprese.
Un buon voto alla tecnologia, forse un po’ meno alla mission economica.
Ancora nel testo compare una novità politico-comunicativa: la tassa scambiabile (TaSca). Ovverosia un credito fiscale che può circolare come quasi-moneta, quasi a suggerire una certa convenienza ad “investire” i propri risparmi in TaSca.
A garanzia di una credibilità diffusa, il testo fa esplicito riferimento al manuale europeo di Eurostat e al Manual on Government Deficit and Debt (MGDD). Un’ulteriore impronta di chi in ambito europeo ha avuto, o quantomeno conosce bene, ruoli e responsabilità di alto profilo.
Quanto alla sua natura, tenuto conto della regolazione contabile pubblica, il CIC è un credito fiscale utilizzabile in futuro e dunque non viene registrato immediatamente come debito pubblico. Diventa tale, trasformandosi in perdita di gettito, solo al momento della sua concreta escussione. La “genialità” dell’impianto sta proprio nel mettere le basi per consentire allo Stato di spendere ora senza aumentare formalmente il debito.
La formula è dunque semplice, almeno sulla carta, e appare entusiasmante per la gestione del debito pubblico: lo Stato crea CIC; paga spese pubbliche con questa nuova “moneta”; cittadini e imprese la fanno circolare liberamente negli scambi; dopo due anni i CIC possono essere utilizzati per pagare le imposte.
Nel frattempo, la spesa pubblica dovrebbe stimolare l’economia reale e quindi incrementare il gettito fiscale complessivo. Un risultato che, nelle intenzioni dei proponenti, compenserebbe la perdita futura derivante dall’utilizzo dei CIC per il pagamento delle imposte.
Ed ecco il collegamento con il finanziamento delle emergenze: lo Stato potrebbe così finanziare immediatamente sanità, ricostruzioni, pensioni e sostegni economici senza fare nuovo debito, senza emettere titoli di Stato e senza aumentare il prelievo fiscale nell’immediato.
I rischi? Non trascurabili: quello di generare una moneta parallela, una possibile incompatibilità con le regole europee, un impatto reale sul deficit nel tempo e, non ultimo, un possibile problema di fiducia da parte dei mercati.
Insomma, non poca cosa. Anche nel sospetto che la combinazione normativa possa essere interpretata come una forma di debito pubblico nascosto o differito.