filosofia

Perché «dire sì alla vita» con la consapevolezza del significato della morte

alessandra peluso

Morire, in sostanza, è anche questo: non essere capaci di ribellarsi a una non-vita. E per tale «incapacità» si può morire ogni giorno

Non so se ci sia un periodo indicato in cui si rifletta sulla «morte» e il significato che possa assumere nell’esistenza di ciascuno. Credo però che soffermarsi a considerare un aspetto imprescindibile della vita sia importante da qualsiasi punto di vista disciplinare lo si voglia analizzare, per comprendere l’individuo, la società e la crescita spirituale di un Paese.

Un bel po’ di anni fa ho scritto riguardo la «morte» in riferimento a filosofi quali Nietzsche, Simmel, Arendt che ne hanno argomentato e perfino sulla possibilità di educare l’uomo a essa. Vita e morte sono parte del medesimo gradino dell’essere, possiamo pensarli come «tesi e antitesi», ma comunque, parte di un dialettico divenire dal quale l’essere non può sfuggire, Simmel scrive per l’appunto: Metafisica della morte.

La morte simboleggia fatica, un peso oneroso, dal quale ogni individuo vorrebbe disfarsene proprio come Sisifo. La tradizione omerica narra che Sisifo tenti di ingannare anche la morte, di sfuggirle, perciò sarà punito a portare in eterno un macigno sulle spalle con grande fatica. Talvolta ci si chiede: «Perché vivere, se dobbiamo morire?», e forse su questo «comune sentire» e con il sostegno poderoso della tecnologia che i «super ricchi», le multinazionali farmaceutiche, le industrie cosmetiche e il marketing ingannevole che mostra l’ossessionata ricerca del «sano», «in forma», «energico», sempre e a tutti i costi, con un farmaco per ogni esigenza, puntano a raggiungere la meta: «essere al top», costantemente, allungare la vita con il desiderio di raggiungere l’eternità, la perfezione. Impossibile? Risponderei ricorrendo, in tal caso impropriamente, con le parole di Albert Camus: «Sii realista, credi nell’impossibile». Qualcuno mira a realizzare ciò e a renderlo possibile; in fondo, per via del cosiddetto «tecnocapitalismo» e del «tecnofeudalesimo» molto rispetto al passato è stato realizzato e tanto ancora si concretizzerà pur sapendo di mentire. La morte corporale non potrà evitarla nessun essere vivente, se questo fosse evidente a ciascuno (indipendentemente dal provvisorio guadagno o potere) amerebbe la vita, e ne darebbe un significato e un senso profondo. Di sicuro, vivere comporta anche una consapevolezza dell’esistere, di attribuire significato alla propria esperienza, dignità alla vita, ed ecco che si presenta l’«eutanasia», una delle questioni complicate affrontate dalla bioetica, sulla quale non si riesce a raggiungere una soluzione, in Italia in particolare, vivere-non vivere, qualità della vita, dignità, chi decide e per chi. Tanti interrogativi complessi forse spesso trascurati e ancora irrisolti.

Nel frattempo, gli individui, le società, lavorano, consumano, inquinano. Viviamo in una «società di lavoratori e consumatori», in tal modo ha definito Arendt la società contemporanea, che nell’odierno convive in un paradosso: non conoscere il pericolo, non essere in grado di valutarne l’entità, né di valutare anche istintivamente di salvaguardare la propria vita o ancora, toglierla a sé stesso, all’altro, sconfiggendo un’esistenza che non si accetta, non si comprende, o ancora eliminare l’Alter come soluzione definitiva, abbattendo anche quella speranza seppur fioca di un cambiamento. Pensate per un attimo ai nostri avi, a coloro che sono stati costretti a sotto-vivere in condizioni estreme, quale è stato il lager, molti di loro credevano, tanti di loro hanno sopportato «oltre la fatica di Sisifo» tutto ciò che «umano non è». Hanno avuto il coraggio, la speranza, il pensiero di voler vivere e credere nella vita. Di essere liberi e liberati, un giorno. Hanno avuto fortemente fiducia, fede, nell’uomo. Nonostante tutto. L’amore per la vita.

In lingua tedesca «vita» e «amore» si identificano, quasi si confondono: «Leben», «Liebe», e difatti, vivere è amare. Forse è proprio qui la chiave di volta: Amare! «Se credeste di più alla vita, vi abbandonereste meno all’attimo» (Nietzsche), e anche agli impulsi e ai sentimenti di ira, di invidia, di frustrazione. Forse occorrerebbe educare alla morte, a «sora nostra morte corporale», per apprezzare e riconoscere il senso della vita, riconoscere che il vivere comprende inciampi, cadute, e soprattutto comprende vivere in relazione, in reciprocità con gli altri, senza «schermi», senza dispositivi elettronici perché si possa imparare a godere – sebbene tutti gli infausti accadimenti – di sé, del piacere, del bello, imparare a riconoscerli evitando di rincorrere ciò che potrebbe comportare un irreparabile fine.

E allora, concludo questa riflessione – perdonerete la brevità – sui molteplici significati che la morte può assumere e di conseguenza il vivere, l’esserci in un mondo dove a contare dovrebbe essere la conoscenza e non il denaro, l’essere e non l’avere, la parola e non l’arma, sicché è doveroso ringraziare tutte quelle persone che si spendono per salvare il senso della vita attraverso l’istruzione, la scuola, l’università: «templi» sacri, luoghi di formazione e di crescita di ogni singola persona che le compone, dove «mercanti» e «mercantesse» dovrebbero rimanere al di fuori.

Ricordiamo in particolare l’esempio della preside di un istituto professionale di Caivano, la professoressa Eugenia Carfora, simbolo di forza, di determinazione: «dire sì alla vita» avendo consapevolezza del significato della morte in una realtà (non la sola) sconquassata dalla criminalità, dalla rassegnazione. Morire, in sostanza, è anche questo: non essere capaci di ribellarsi a una non-vita. E per tale «incapacità» si può morire ogni giorno.

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