l'analisi
La cultura dei diritti e la marginalizzazione dei doveri: riflettiamo
C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi di buio: un movimento tellurico nella scena politica britannica che ha in poche ore ridisegnato la geografia del campo progressista e che vale come lezione anche per noi italiani
C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi di buio: un movimento tellurico nella scena politica britannica che ha in poche ore ridisegnato la geografia del campo progressista e che vale come lezione anche per noi italiani. Riassumo per i più distratti.
A Manchester, feudo storico del partito dei labour, la principale forza di centrosinistra del Regno Unito (per capirci: il corrispettivo del nostro PD), le elezioni suppletive nel seggio di Gorton e Denton sono state vinte da una giovane donna, Hannah Spencer, esponente dei Verdi, partitino ecopopulista (il corrispettivo dei 5Stelle italiani o del movimento di Mélenchon francese, per intenderci) con un consenso superiore al 40% dei voti. I laburisti ne sono usciti con le ossa rotte, arrivando appena terzi col 25% dei voti e addirittura dopo Farage, tribuno euroscettico di destra, attestatosi al 28% dei consensi. Zack Polansky, leader ipnoterapeuta vegano dei Verdi, in pochissimo tempo ha traguardato un risultato impensabile. Non c’è alcun dubbio: si è aperta una nuova era della politica britannica. E si è frammentato ancor di più il campo progressista oggi diviso fra verdi, laburisti e liberaldemocratici che si fronteggiano con pressoché pari consensi laddove a destra campeggiano solo i conservatori e Farage.
Ma non è della frantumazione del campo progressista che vorrei parlare.
Mi interessa piuttosto fare l’analisi del modo in cui il partitino ecopopulista di Polansky, un tempo di nicchia nella ridotta della politica inglese, è riuscito a sbaragliare gli avversari. E qui viene il bello, anzi il buio. La vittoria è arrivata facendo appello a un bacino storico dell’elettorato progressista: quello islamico, ricorrendo a stratagemmi di propaganda emotivistica quali stampare la foto di Starmer col premier indiano Modi e distribuirla in urdu e bengali per aizzare i pachistani a punire la tiepidezza dei laburisti nella causa di Gaza.
Gli islamici sono stati sempre un riferimento elettorale dei laburisti ma stavolta – e internamente al campo progressista, qui la novità - è stato ufficialmente usato l’argomento del fanatismo etno-religioso che ha ottenuto il suo risultato. E che risultato! Così come l’aveva ottenuto a New York, con Mamdani.
Senza contare che i messaggi politici che hanno fatto vincere i Verdi sono i medesimi usati da anni in casa nostra: patrimoniale sui ricchi, reddito di cittadinanza, pacifismo proPal spinto fino alla consegna delle chiavi delle città italiane (c’è anche la nostra Bari nella lista) a personaggi discutibili come Francesca Albanese. E ancora: iperfetazione della cultura dei diritti, anzi, dei «nuovi diritti» con inevitabile marginalizzazione dei doveri nello spazio pubblico di discussione. Quest’ultima tendenza in particolare è lontanissima dall’insegnamento mazziniano sulla rilevanza dei doveri e ancor più lontana dal rigore della lezione azionista di un Calamandrei, come ha giustamente ricordato Giuseppe Valditara nel libro La rivoluzione del buon senso.
Ma il vero problema dei problemi, messo a nudo dal risultato elettorale inglese è il gigantesco tema del rapporto di reciprocità con l’Islam che in Italia andrebbe costruito e che è ancora molto di là da venire. Perché ancora soggiace al pregiudizio di una certa cultura che vede l’Europa sempre nella posizione di doversi «far perdonare qualcosa». In realtà, se proprio la dobbiamo guardare dalla prospettiva storica, la conquista coloniale di parti dell’Islam compiuta da alcune potenze europee a partire dal ‘700 e durata fino alla metà del ‘900, appare più o meno «equivalente» all’occupazione per secoli dell’Europa balcanica da parte dell’Islam. E se i fatti storici contano qualcosa, non c’è assolutamente nulla che l’Europa abbia da farsi perdonare dal mondo islamico. Mentre invece vanno create le condizioni, adesso, di una discussione pubblica sulla reciprocità di diritti e doveri civili con le persone di religione islamica che hanno scelto di vivere in Italia. Come? Per esempio cominciando a limitare l’uso del termine «islamofobia» quando si critica l’avversario politico. Deve essere sempre lecito il diritto di critica delle contraddizioni che esistono nella cultura islamica nei confronti, per esempio, delle donne e delle tante libertà limitate. Eh sì, perché il cuore della discussione sta proprio lì: nel porre domande decisive, domande chiave. Prima fra tutte quella sulle libertà costituzionali. La libertà che esiste da noi non ha eguali in nessun Paese islamico del mondo, tranne casi assolutamente eccezionali. Non esiste un Paese islamico ove il singolo sia libero di pensare e di dire pubblicamente quello che vuole; di credere nel Dio che vuole, di leggere i libri e i giornali che vuole, di sposare chi vuole.
Il sisma inglese dovrebbe aiutarci dunque a mettere a fuoco l’urgenza di domande da porre agli islamici che hanno scelto l’Italia. Siamo tutti d’accordo con certi principi che garantiscono la libertà dei cittadini? Siamo tutti d’accordo su temi fondamentali quali la parità dei diritti fra uomini e donne? A queste domande è necessario rispondere.
Prima che sia troppo tardi. Prima di arrivare al punto di non ritorno di Manchester.