l'editoriale
Contro il bullismo vanno sconfitte tutte le solitudini
Oggi è la Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo. Una ricorrenza che dovrebbe spingerci non solo alla denuncia, ma soprattutto alla responsabilità
Oggi è la Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo. Una ricorrenza che dovrebbe spingerci non solo alla denuncia, ma soprattutto alla responsabilità. Perché ogni parola pubblica, ogni scelta educativa, ogni commento contribuisce a definire il clima in cui i nostri ragazzi crescono.
L’apertura dei Giochi Olimpici ci ricorda quanto siano attuali valori come il rispetto, la lealtà, l’inclusione. Eppure, mentre il mondo celebra questi principi nello sport, nella quotidianità degli adolescenti il rispetto resta spesso un’aspettativa disattesa.
Il bullismo non è un fenomeno nuovo, ma oggi è reso più insidioso dalla dimensione digitale. Secondo i dati Istat, oltre un ragazzo su cinque tra gli 11 e i 19 anni ha subito atti di bullismo nell’ultimo anno, mentre più di un terzo ha subito comportamenti offensivi online.
Umiliazioni pubbliche, attacchi reiterati, isolamento sociale: tutto accade in pochi istanti, spesso davanti a una platea silenziosa. Ma il bullismo non nasce nel vuoto. È figlio di relazioni fragili, di modelli adulti contraddittori, di un contesto sociale che predica il rispetto ma pratica il giudizio.
Ai ragazzi va detto con chiarezza: non siete soli. Le prepotenze parlano più di chi le infligge che di chi le subisce. Resistere non significa ignorare, ma saper chiedere aiuto e riconoscere il proprio valore anche quando viene messo in discussione. Anche chi assiste ha un potere enorme: spezzare il silenzio, offrire una parola, una segnalazione. Ogni scelta conta.
Ma la riflessione non può fermarsi qui. La tragedia di Crans-Montana lo ha reso evidente: alcuni adolescenti sopravvissuti sono stati attaccati da adulti che li accusavano di aver filmato l’incendio anziché aiutare o fuggire. Commenti duri, giudizi sommari, indignazione rovesciata su chi era già vulnerabile. Non è la prima volta. Basta che i ragazzi diventino visibili - su temi come scuola, sicurezza, maturità - e scatta il riflesso morale: giudicare, ridicolizzare, colpevolizzare.
Come ci ricorda lo psicologo Matteo Lancini, dietro questa durezza c’è spesso paura, frustrazione, un senso di disorientamento adulto che si traduce in prevaricazione. Il bullismo oggi non è più solo tra pari: è anche verticale. È nei toni che infantilizzano, nei linguaggi che umiliano, nei commenti che scaricano ansie su chi ha meno strumenti.
Gli adulti non possono più chiamarsi fuori. Non è credibile chiedere rispetto se si semina aggressività. Se il messaggio pubblico - nei media, nei social, perfino nei gruppi chat dei genitori - è fatto di sarcasmo, invettive, offese, come possiamo educare alla cura, alla misura, all’empatia?
Per questo la prevenzione non può esaurirsi in un regolamento scolastico o in un decalogo online. Serve un impegno più profondo, quotidiano. Anche le città devono essere luoghi educanti: biblioteche, centri sportivi, teatri, spazi informali in cui sentirsi accolti, ascoltati, riconosciuti.
Il bullismo prospera dove ci sono solitudine e frammentazione. Contrastarlo è una responsabilità collettiva. Famiglie, insegnanti, istituzioni, comunità: tutti abbiamo un ruolo.
E allora, proprio nei giorni in cui il mondo guarda alle medaglie, domandiamoci: che società stiamo costruendo fuori dagli stadi? Una comunità che si prende cura dei suoi membri più giovani è una comunità più forte. Ed è questa la vittoria che oggi vale davvero la pena conquistare.