La riflessione
Quando il modo diventa messaggio: la psicologia del conflitto e la lotta per la leadership mondiale
Nel dibattito politico internazionale l’attenzione si concentra quasi sempre sugli obiettivi dichiarati: sicurezza, democrazia, interessi strategici. Molto meno si riflette sul modo in cui questi obiettivi vengono perseguiti
Nel dibattito politico internazionale l’attenzione si concentra quasi sempre sugli obiettivi dichiarati: sicurezza, democrazia, interessi strategici. Molto meno si riflette sul modo in cui questi obiettivi vengono perseguiti. Eppure, dal punto di vista della psicologia sociale e dei processi di gruppo, il modo è spesso più rivelatore e più decisivo dello scopo stesso. Il caso dell’approccio conflittuale adottato da Donald Trump nei confronti del Venezuela si presta a questa lettura: non tanto per ciò che viene affermato come fine, ma per la forma relazionale con cui il conflitto viene costruito e gestito.
La psicologia dei gruppi insegna che quando un leader interpreta il confronto in termini di win-lose, attiva una dinamica primaria di tipo competitivo, basata sulla polarizzazione: noi contro loro, vincitori contro vinti. Questo schema semplifica la realtà, riduce la complessità e rafforza l’identità del gruppo interno, ma lo fa al prezzo di una crescente disumanizzazione dell’altro. L’avversario non è più un interlocutore, ma un ostacolo da rimuovere. In questa logica, il dialogo non è uno strumento, bensì una debolezza; la mediazione non è una risorsa, ma un intralcio.
Dal punto di vista psicologico, si tratta di una modalità che rassicura nel breve periodo, perché offre confini chiari e un senso di controllo, ma che nel medio e lungo termine genera instabilità. I conflitti gestiti in chiave coercitiva tendono infatti a riemergere, perché non vengono trasformati, ma solo repressi. Nella dinamica di gruppo, la vittoria ottenuta attraverso l’imposizione produce risentimento, desiderio di rivalsa e radicalizzazione delle posizioni. È lo stesso meccanismo che si osserva nei conflitti familiari o sociali quando una parte «vince» silenziando l’altra: il problema non si risolve, si sposta nel tempo.
In questo quadro, il diritto internazionale svolge una funzione che non è solo giuridica, ma anche psicologica e simbolica. Rappresenta un insieme di regole condivise che servono a contenere l’aggressività tra gruppi, a trasformare il conflitto in confronto regolato, a impedire che la forza diventi l’unico criterio di legittimazione. Quando queste regole vengono aggirate o svalutate, il messaggio che passa è che il fine giustifica il mezzo. In termini di psicologia sociale, è un messaggio altamente diseducativo, perché legittima comportamenti imitativi e abbassa la soglia collettiva di tolleranza verso l’uso della forza.
La storia delle relazioni tra gruppi mostra che le soluzioni più stabili nascono da approcci win-win, non perché eliminino il conflitto, ma perché lo riconoscono come inevitabile e lo gestiscono attraverso il dialogo, la mediazione e il riconoscimento reciproco. Questo richiede leadership capaci di tollerare la frustrazione, di rinunciare alla gratificazione immediata del dominio e di investire sulla costruzione di legami, anche tra avversari. In definitiva, il modo in cui un conflitto viene affrontato non è un dettaglio tecnico, ma una scelta culturale e psicologica. È in quel modo che si definisce il tipo di mondo che si contribuisce a creare: uno regolato dalla forza o uno fondato sulla responsabilità condivisa.
La dinamica tra Stati Uniti e Venezuela appare asimmetrica. In una dinamica di potere, l’aggressore è chi amplia il proprio margine di controllo e trae beneficio dall’intensificarsi del conflitto, mentre la vittima è chi vede restringersi progressivamente le proprie possibilità di scelta ed è costretta a reagire. La reazione, anche aspra, non equivale all’aggressione quando nasce da una posizione di perdita di potere. In questa prospettiva, riconoscere i ruoli nell’escalation non è un esercizio morale, ma un atto analitico necessario per comprendere come il modo di gestire il conflitto finisca per produrre, e rivelare, l’asimmetria che lo sostiene.