La riflessione

Quelle Lezioni americane di Italo Calvino e la prova di democrazia

Carmen Lasorella

Le immagini dell’assassinio del giovane manifestante, ucciso a freddo da uomini mascherati, dimostra che negli Stati Uniti si sta ancora sottovalutando la portata minacciosa della presidenza Trump

Lezioni americane. Il riferimento non è alla distopica politica del momento che non insegna ma sconvolge e sbalordisce. D’altra parte, quale insegnamento potrebbe venire da una grande potenza occidentale, che promuove un’autoinvasione, come sta accadendo nelle strade di Minneapolis, per giustificare il suo disegno suprematista, razzista e segregazionista, fondato sul primato della forza sul diritto, nel sogno di un’egemonia globale, alimentato dalle oligarchie tech della Silicon Valley e dal fanatismo religioso affidati dalla più retriva destra americana ad un personaggio megalomane, psicopatico e narciso?

Le lezioni americane dovevano tenersi ad Harvard quarant’anni fa. Era un ciclo di sei conferenze, richieste dalla prestigiosa università americana ad Italo Calvino, intellettuale di pregio, neorealista e postmoderno, tra i narratori più importanti del Novecento. La morte improvvisa a soli 61 anni, impedì allo scrittore di tenerle, ma restano impresse in quel libro che ne porta il titolo e che ha avuto un successo straordinario, offrendo sei proposte per il nuovo millennio. Si va dalla «leggerezza» – che non significa superficialità, bensì la capacità di «planare sulle cose dall’alto» (come un drone) dunque di inquadrare le situazioni con esattezza e determinazione- fino alla «coerenza», l’ultima lezione progettata ma non scritta (probabilmente, la più difficile). Lezioni filtrate dalla letteratura e dagli autori classici, ma suggerite dalle grandi trasformazioni, all’epoca appena percepite, che avrebbero portato il pianeta in un’era tecnologica e post industriale, dove le narrazioni avrebbero accresciuto il loro peso. In sostanza, la rappresentazione della realtà non colorata dalla fantasia, che vedeva Calvino maestro, ma raccolta in testi brevi, veloci, visibili, numerosi, (sono stati citati alcuni temi delle lezioni, che diventano riferimento inevitabile agli attuali post e click, ammassati sulla Rete) finalizzati all’utilità del racconto per ottenere il controllo e dunque il dominio a scapito della verità dei fatti. Possiamo aggiungere, nel pericoloso guado, che stiamo vivendo tra «La banalità del male» di Hannah Arendt, esegeta del totalitarismo e dell’oblio del pensiero dinanzi alla massificazione operata dal potere nazista, arrivando ai «Cacciatori di androidi» di Philip Dick, autore della storia distopica, ambientata nel suo extramondo, liberamente raccontata nel film-capolavoro «Blade Runner».

Libri straordinari e di straordinaria attualità da tornare a leggere, per provare a salvarsi dallo tsunami della cronaca tumultuosa ed esasperata di questi giorni, tra appuntamenti internazionali, ordinaria criminalità, proposte indecenti, negligenze, nuove minacce, balbettii politici, sistematica distrazione di massa, ma anche prove di lungimiranza e di esempi di dignità, che possiamo ripercorrere per linee generali. Nei giorni del Forum economico di Davos, un club esclusivo nato per parlare di economia tra i potenti del mondo, dove si partecipa su invito, ha fatto irruzione la geopolitica, che ha monopolizzato la scena a cominciare dai 72 minuti dello speech presidenziale americano, che ha usato il palcoscenico per insulti, affari e minacce. È nato il Board of Peace, di cui «the Donald» si è nominato presidente a vita, al quale si sono iscritti - pagando una fiche di ingresso di un miliardo di dollari - per ora una ventina tra paesi canaglia ed altri in cerca a di visibilità. Ironizzando sul nome, Elon Musk arrivato l’ultimo giorno, l’ha battezzato il Board of Pieces, ovvero l’organizzazione per prendersi pezzi di mondo, dalla Groenlandia al Venezuela e poi in Medioriente e altrove. Clima di disagio tra i grandi imprenditori non americani, distacco vigile dei settori finanziari, respiri di sollievo da parte dei politici per la crisi dei ghiacci, al momento rinviata (Groenlandia), nella consapevolezza, tuttavia, pur con sfumature diverse, che si è chiuso un ciclo. Mirabilmente, lo ha espresso il discorso più bello del forum. A farlo, è stato un banchiere, studi americani, incarichi europei, un curriculum esclusivo e dal profilo istituzionale. Mark Joseph Carney, primo ministro del Canada, osteggiato dall’attuale amministrazione americana, in carica oramai da quasi un anno e leader del partito liberale canadese.

Carney ha parlato con voce piana, lucido, chiarissimo, competente. Da risentire. Ha citato Vaclav Havel e la metafora del drammaturgo-presidente sul potere di chi è privo di potere, invitando le medie potenze a non arroccarsi sterilmente sulla forza dei valori, ma sul valore della forza che possono esprimere quando la condividono. Ha raccontato cosa sta facendo nel suo paese, tagliando le tasse sul reddito e puntando sugli investimenti in energia, in tecnologia, in scambi aperti e allargati alle aree trans-pacifiche ed europee, in una geometria variabile dei rapporti, puntando su una difesa fondata sulle alleanze. Ha parlato di cultura, di diritti umani. Ma bisogna essere forti a livello interno per contare. Carney ha invocato un cambio di strategia, che non può più appoggiarsi alla nostalgia, ricordando – come sosteneva il filosofo greco Tucidide- che gli appetiti dei potenti non si placano, che devono distruggere chi si frappone ai loro disegni e senza resistenza i deboli sono costretti a subire. Diretta la sua battuta: «Se le medie potenze non sono sedute al tavolo, diventano il menù».

Il circo dell’informazione si è spostato quindi nei deserti degli Emirati Arabi. Ad Abu Dhabi, si sono incontrate le delegazioni americane, ucraine e russe. Ai tempi del vertice russo- americano di Anchorage in Alaska, (sei mesi fa, ma sembrano almeno il doppio) in Europa ci si era indignati dinanzi all’assenza dell’Unione europea, neanche consultata, nonostante il suo impegno in termini politici e militari da almeno quattro anni pro Ucraina. Ora, neanche una parola. Anzi, dalla premier italiana Meloni, che è riuscita ad aprire una corsia preferenziale con il cancelliere Merz, in vista della cooperazione rafforzata utile ad aumentare il peso politico degli europei sulla scena mondiale, è giunto l’auspicio che potrebbe arrivare anche il Nobel per il tycoon, qualora si raggiungesse la pace, con il sostegno dell’Italia (poco più tardi la premier avrebbe invece finalmente preso le distanze dal tycoon, dopo l’insulto contro i militari italiani, impegnati nelle missioni internazionali). Ma nonostante le dichiarazioni enfatiche, soprattutto americane, affidate ai social, la guerra continua e la pace non si è ancora avvicinata. Sembra un effetto a catena. Le tensioni aumentano sui fronti di guerra, (rischia di aggiungersi quello iraniano) e nelle piazze, mentre rimane assente la leadership politica. Anche, da ultimo, nella vicina Albania, oramai insofferente al governo Rama, amico personale della nostra premier, accusato di corruzione e di legami con la criminalità organizzata. Le stesse accuse che avevano colpito l’opposizione, mandando in galera l’ex-premier Berisha. Ci si domanda: nella prospettiva dello scontro che si annuncia, che ne sarà dei centri di detenzione, finanziati dal nostro governo per decine di milioni di dollari, che ospitano poche decine di immigrati, mentre le spese non finiscono?

Ma anche in chiusura, dopo averne parlato all’inizio, reclama attenzione il caso di Minneapolis, occupata dalle milizie dell’ICE, la polizia senza legge alle dirette dipendenze del presidente americano. Le immagini dell’assassinio del giovane manifestante, ucciso a freddo da uomini mascherati, sciamani storditi dalla celebrazione della violenza, l’ennesima vittima bianca innocente oltre ai bambini e agli immigrati latinos e asiatici strappati dalle loro case, pur evocando altri tempi bui a latitudini diverse, dimostra soprattutto che negli Stati Uniti si sta ancora sottovalutando la portata minacciosa della presidenza Trump (ne usiamo finalmente il nome, perché è soggettiva la sua responsabilità). I federali sono nelle piazze su ordine del presidente, usando la violenza e abusando della paura. Al fianco dei manifestanti e degli studenti, invece, chi c’è? È poi così lontano l’Iran? Gli anticorpi del sistema e le opposizioni non possono aspettare. Per le democrazie è il banco di prova.

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