il pensiero

Il linguaggio bellico sta annientando la civiltà verbale

GINO DATO

Il pragmatismo non appartiene alla filosofia europea, che preferisce il mondo delle idee nella versione platonica. Ma le parole hanno comunque imboccato una strada in discesa...

Per entrare in Usa - è l'ultimo grido - controlleranno quello che sui social il turista in transito abbia pubblicato negli ultimi cinque anni. Una misura bizzarra per filtrare anche quella materia effervescente e aleatoria che sono le parole.

Già. Parole parole... Ma le parole servono ancora? Racchiudono ancora quella forza persuasiva che favorisce la germinazione delle idee e la fioritura delle relazioni con gli altri?

Tira un brutto vento per la civiltà verbale, orale e scritta, quella tradizione di senso e significato che si ispira allo spirito di fuoco dell'uomo e ai valori che stanno perdendo terremo sulla scena mondiale.

Soppianta la vecchia logica un'altra attitudine comunicativa, quella dei fatti, delle opere, dell'agire.

Sicuramente il pragmatismo non appartiene alla filosofia europea, che preferisce il mondo delle idee nella versione platonica. Ma le parole hanno comunque imboccato una strada in discesa reclutando quanti non vogliono più perdere tempo, dichiarano di non essere disposti a sofismi e a danze verbali che si riassumono in negoziati e trattative ma che non portano concretamente da nessuna parte.

Il capovolgimento dell'attitudine dalle parole ai fatti si sta producendo in primis sulla scena della politica e della diplomazia globali. Dove, nonostante lo sforzo del mondo intero e della buona volontà dei «volenterosi», la caduta delle parole è tracciata dalla rinuncia alle buone maniere. Gli spiriti di stampo trumpiano dichiarano che sono stufi delle parole, mentre quelli di fede putiniana dicono che le parole non servono alla diplomazia e minacciano di intervenire con la forza: «L'esercito sta avanzando».

Altri spiriti, i deboli e i derelitti di Gaza, inascoltati si contentano di emettere lamenti dalle miserevoli corazze che nulla possono rispetto al clangore delle armi e ai massacri.

Un'altra dottrina che non sia quella dei diritto garantisce i più forti. La diplomazia abbandona il giardino della conversazione che fino ad oggi era stato coltivato nei cortili e nei salotti. Gli amici e potenziali concorrenti si combattono a suon di insulti, parole offensive, marchi di deficienza e magari ripescano nel vecchio citazionismo del «siete dei poveri comunisti» che una ministra riserva agli studenti ad Atreju. Non c'è più spazio per saggezza, ironia, buone maniere.

Tutto ciò si traduce in un linguaggio in primo luogo bellico, ostensivo della forza prima ancora che della grazia.

Il capovolgimento della logica della pace viene da lontano, prima ancora di approdare alla politica condiziona le radici di un uomo del ventunesimo secolo che è cambiato rispetto al suo antenato sostituendo il potere al dovere. Il cambio di passo nella geopolitica viene dalle relazioni interpersonali, che sono state per prime investite dalla incrinatura dei rapporti, invece di condivisione e cooperazione sembrano avanzare coesistenza e inclusione. Le parole, quando pure sopravvivono, si usano per l'unica modalità contemplata, l'aggressione verbale, e il conseguente concerto dell' hate speech, che nel manovrare il linguaggio d'odio affina il suo apparato di strumenti ostensivi.

Il sole non sembra mai tramontare sulla notte di questa nostra epoca.

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