l'analisi

Meloni, gli Usa e l’Europa tra scelte tattiche e necessità strategiche

Gaetano Quagliariello

Una «guerra» tra Vecchio e Nuovo Continente si riverbera anche su paesi che, eventualmente, ne prendano le distanze. È la globalizzazione, bellezza!

Donald Trump, nel momento in cui accingiamo a scrivere, per quanto riguarda la Groenlandia, ha abbassato i toni contro gli europei. Ha escluso l’uso della forza e ha aperto a un accordo all’interno alla Nato. Al netto dell’assoluta imprevedibilità del Presidente, questa correzione di rotta conferma il suo modo di procedere: provocare per poi negoziare. La vicenda, tuttavia, ci fornisce anche altri indizi che riguardano - tra l’altro - il nostro Paese e la sua politica estera.

L’Italia non figurava tra i destinatari dei nuovi dazi minacciati da Washington. La reazione dei mercati a questa ulteriore frattura dell’alleanza occidentale, tuttavia, ha dimostrato che anche in assenza di ritorsioni dirette, l’instabilità del contesto transatlantico produce di per sé turbolenze. In altri termini: una «guerra» tra Vecchio e Nuovo Continente si riverbera anche su paesi che, eventualmente, ne prendano le distanze. È la globalizzazione, bellezza!

Dentro questo giardino dove le spine sono assai più che le rose, la premier Meloni non rinuncia a un ruolo di mediazione: dice a Trump che i nuovi dazi sono «un errore» e agli europei di evitare escalation, indicando la Nato come sede per provare a evitare lo scontro. Non sbaglia, anche se il Presidente americano si dimostra ogni giorno che passa più inaffidabile. Per Meloni, infatti, si tratta della conferma di una linea già sperimentata nei rapporti con l’amministrazione democratica di Biden: un atlantismo pragmatico, dentro e non contro l’Europa. Va inoltre tenuto in conto l’orizzonte inevitabilmente limitato della presidenza Trump. Non tutte le novità introdotte da questa amministrazione verranno meno quando alla Casa Bianca vi sarà un altro inquilino.

Ma, d’altro canto, le intemperanze e la così netta avversione nei confronti degli europei potrebbero scemare già con le elezioni di midterm, dalle quali The Donald potrebbe anche uscire come «un’anatra zoppa».

Un canale con Washington serve, e serve anche a Giorgia Meloni. Ancor più che sul piano dei consensi, per il suo status di politico europeo non disponibile a sacrificare a cuor leggero il legame transatlantico. Pur nella consapevolezza che Roma da sola può incidere poco sugli scenari internazionali. Anche per questo, d’altro canto, la Premier ha dimostrato di saper bene di non poter agire al di fuori della cornice europea. Due scelte recenti lo dimostrano. La prima è il sostegno dato ai nuovi strumenti di debito comune europeo per finanziare l’Ucraina. Sui fondi ha prevalso la sua soluzione, europeista e prudente, che ha evitato l’uso degli asset russi chiesto dal «blocco del Nord», consentendo di raggiungere l’unanimità. La seconda è stata la mossa sul Mercosur, l’accordo tra Europa e il mercato comune dell’America meridionale (che il Parlamento europeo vuole invece congelare).

L’Italia avrebbe potuto contribuire alla creazione di una minoranza di blocco, ma invece ha scelto una linea negoziale e non conflittuale.

Da tutto ciò si può trarre una conclusione: per il governo e la sua Premier la mediazione con gli Stati Uniti è una scelta tattica; influenzare sempre maggiormente il baricentro europeo, rappresenta, invece, una necessità strategica. Ubi consistam.

Una certezza destinata a pesare anche sul piano interno, in una maggioranza di governo attraversata da spinte sovraniste pronte a riemergere a ogni scossa del quadro internazionale.

Privacy Policy Cookie Policy