La riflessione
Il Mercosur e quel maledetto meccanismo dell'Ue contro l'agricoltura
Il risultato dell’insostenibile concorrenza è il crollo dei prezzi seguito dal calo della produzione se non dall’abbandono dei campi o dei mari. Fatti due conti, meglio dedicarsi ad altro
Il meccanismo ormai lo abbiamo capito tutti: l’Unione europea impone ai propri agricoltori (e pescatori) standard rigidissimi e regole severissime, per poi porli in diretta concorrenza con il resto del mondo, lì dove standard e regole sanno a stento cosa siano. E se lo sanno, non sono di certo le nostre. Il risultato dell’insostenibile concorrenza è il crollo dei prezzi seguito dal calo della produzione se non dall’abbandono dei campi o dei mari. Fatti due conti, meglio dedicarsi ad altro. Qui però interviene di nuovo l’Europa: agli stessi agricoltori che, di fatto, ha portato sul lastrico versa generosamente i fondi della Politica Agricola Comune (Pac), ormai una specie di metadone che li tiene in piedi senza però consentire loro di correre autonomamente. Di solito a questo punto interviene qualcuno che, tutto compunto e con aria solenne, commenta: «Meno male che c’è l’Ue, altrimenti i nostri produttori che fine farebbero? Ci vuole più Europa». Applausi e sipario.
Va così, da queste parti. E per tanti settori del mondo produttivo agricolo non andrà meglio dopo la firma dell’accordo con i quattro Paesi sudamericani del blocco Mercosur, nonostante tutti i meccanismi di autotutela inseriti (controvoglia) nell’intesa. Si sprecano le analisi su chi ci guadagnerà e quanto, ne offriamo anche noi una panoramica in questa pagina. Potremmo discuterne per ore, col bilancino in mano, ad esempio ipotizzando, come dicono i bene informati, che l’intesa sarà un male per la zootecnia, ma un bene per il nostro vino che conquisterà l’America latina (davvero? Il Brasile si sta già preparando ad annegarci nei suoi spumanti che, naturalmente, costeranno molto meno dei nostri). Ma il punto non è questo. O, meglio, non è questo o quello. Il punto è il principio. Il Mercosur - anzi, il «Marcosur» come da fulminante battuta che circola dalle parti di Coldiretti - è una costruzione essenzialmente tedesca, concepita per esportare automobili e tecnologie per la gioia di un Paese che avvita tanti bulloni ma non coltiva quasi niente. Un ritorno, un po’ goffo, dell’Unione a trazione tedesca con Ursula Von der Leyen in prima linea a porre firme e salutare le «magnifiche sorti e progressive» dell’accordo.
Per carità, anche l’industria italiana - quella ancora viva, almeno - ci guadagnerà qualcosa. Ma larga parte del mondo agricolo, no. Dovrà piuttosto accomodarsi nel vecchio cinema continentale a contemplare un film già visto mille volte. Dal grano canadese all’olio tunisino, la trama è sempre la stessa. «Controlleremo, vigileremo, ci sarà reciprocità». E poi c’è solo il tracollo delle nostre produzioni, schiantate da prodotti imbattibili nei costi finali e che nessuno si prende mai il disturbo di controllare davvero.
È un problema di interessi e pressioni lobbistiche, certo, ma anche di pensiero strategico. L’Europa, che si finge costruzione anti-ideologica, è in realtà ideologicissima in modo paradossale. È «sovietica» nell’imporre, all’interno dell’Unione, regole e cavilli burocratici ma è iperliberista nell’esporre i propri produttori alla concorrenza degli altri continenti. Una specie di mostro a due teste, la versione taroccata del comunismo-liberista cinese che invece quella costruzione paradossale sa farla fruttare. Forse ha ragione chi sostiene che l’agricoltura europea è destinata a diventare residuale. Come tutto quello che, nel vecchio continente, ha a che fare con la storia, la memoria e i saperi (o sapori) dei popoli. Meno male che c’è l’Europa.