l'analisi
Si scalda l’«arena» di Atreju tra le mosse di Meloni e il caso leadership a sinistra
Mai come questa volta la festa di Fratelli d’Italia è riuscita a catalizzare tanta attenzione mediatica anche alla vigilia. Sono giorni che si parla di cosa accadrà (o non accadrà)
Atreju 2025. Mai come questa volta la festa di Fratelli d’Italia è riuscita a catalizzare tanta attenzione mediatica anche alla vigilia. Sono giorni che si parla di cosa accadrà (o non accadrà) durante questo evento politico, considerando non solo le questioni più significative della maggioranza, ma anche quelle dell’opposizione. Anzi, delle opposizioni. Prima di addentrarci nell’analisi di quanto accaduto negli ultimi giorni, ricorrendo alle chiavi interpretative tipiche della comunicazione politica, riavvolgiamo il nastro.
Come sempre gli organizzatori di Atreju, dopo aver avuto il placet di Giorgia ed Arianna Meloni, invitano come ospiti anche i rappresentanti dei partiti all’opposizione del governo. Ed infatti fin dalle sue origini, questo evento (che si avvale della fattiva collaborazione di tanti volontari e che ha un riferimento significativo dal punto di vista logistico e gestionale oltre che in Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione del partito, anche in un parlamentare più defilato ma molto attivo e preparato come Francesco Filini), si è sempre caratterizzato per una logica ecumenica. Lo prova la presenza di dibattiti tra esponenti di quasi tutto il mondo politico, economico, culturale, che, pur pensandola in modo diverso tra loro, partecipano ad Atreju per avviare o consolidare un dialogo nel merito delle questioni più urgenti e rilevanti del Paese. L’edizione di quest’anno, che partirà il 6 e andrà avanti fino al 14 dicembre, ha come titolo «Sei diventata forte». In assenza dell’indicazione del soggetto della frase che fa da claim dell’evento, il riferimento diventa doppio, almeno a livello di analisi semiotica. «Italia sei diventata forte», ma anche «Meloni sei diventata forte». Nello storytelling di FdI, infatti, i due piani del ragionamento tendono a fondersi in nome di dispositivi narrativi reputati efficaci a livello conativo, come per esempio la stabilità politica del governo, la credibilità internazionale della premier e la misurabilità dei risultati conseguiti dal potere esecutivo secondo un approccio realistico e pragmatico. Approccio che considera anche l’orizzonte a medio e lungo termine e non solo quello a breve.
Da FdI si sono messi in contatto con la Schlein per invitarla a Castel Sant’Angelo. La segretaria del Pd si è detta disponibile, ma a condizione che potesse confrontarsi solo ed esclusivamente con Giorgia Meloni. La notizia è arrivata a Conte, che -a differenza della Schlein - alle feste di FdI c’è sempre andato, anche se non per fare dei faccia a faccia. Il leader del M5S ha dato la disponibilità al «trinomio». A quel punto la premier ha detto sì al confronto a tre. Per essere più precisi, si è dichiarata pronta a partecipare ad un format, che nella sostanza sarebbe stato quello di «una contro due». Ha motivato la sua scelta in base a due ragioni. La prima: Conte ha partecipato in passato ad Atreju ma «senza imporre alcun vincolo» e quindi va rispettato. La seconda: il Presidente del Consiglio non sceglie il leader dell’opposizione. La segretaria del Pd, che almeno finora ha rinunciato alla partecipazione ad Atreju, a quel punto ha ribadito la sua volontà di partecipare ,ma solo per un faccia a faccia a due. Nel contempo ha accusato il Presidente del Consiglio di scappare dal confronto. Non proprio un’affermazione aderente alla realtà dei fatti. Vedremo se ci saranno ulteriori sviluppi. Ad oggi l’ipotesi più probabile è che ad Atreju 2025, ma non certo con la formula del dialogo con la Meloni, partecipino Giuseppe Conte, Angelo Bonelli di Avs (ma non Fratoianni), Matteo Renzi, Riccardo Magi di Più Europa e Carlo Calenda, il quale ha sempre mantenuto con la Meloni un buon rapporto e che volentieri in questi mesi ha portato avanti interlocuzioni con la maggioranza.
La premier ancora una volta ha dimostrato di avere grande lucidità e di saper usare molto bene gli strumenti tattici della politica. Ha certificato l’assenza di una leadership unica nel campo largo, inducendo i Cinque Stelle ad assumere una posizione rivendicativa del proprio ruolo. Che è un po’ come dire: è vero che in Toscana e in Puglia il centrosinistra ha vinto grazie al Pd, che senza l’appoggio determinante dei democratici in Campania Fico non avrebbe mai vinto, ma anche che i pentastellati esistono e che non considerano acclarata la guida della colazione di centrosinistra da parte della Schlein.
Ma quali sono le implicazioni di questa vicenda tutta italiana, considerando il piano politico generale? Per rispondere a questa domanda, procediamo per punti. Il primo aspetto da sottolineare è che, indipendentemente dalla postura assunta sul caso dai singoli leader partitici, la comunicazione risulta essere l’unica chiave utilizzata dai più per leggere molte delle dinamiche in corso. Se la politica diventasse esclusivamente comunicazione, molto probabilmente agirebbe con l’intento esclusivo di implementare il valore percepito anche quando esso non corrisponde al valore reale. Non dimentichiamoci che l’unica sfera pubblica che conta è quella mediatica con conseguenze rilevanti in ordine all’agenda setting (temi di cui discutere), al timing (formati in linea con la media logic), al contesto (individuazione di luoghi e occasioni che riescono più e meglio degli altri a restituire visibilità ai protagonisti del confronto). È arrivato il momento, perciò, di comprendere una volta per tutte che l’efficacia della comunicazione non dipende solo dalla quantità dei messaggi inviati ai pubblici e alle opinioni pubbliche, che possono anche limitarsi a prendere atto dei progetti di posizionamento politico senza adottare comportamenti conseguenti. Si inserisce qui il ragionamento in ordine alla distinzione che passa tra la leadership comunicativa e quella programmatica. Nel primo caso si tratta di usare al meglio gli strumenti di autorappresentazione e di rappresentazione altrui di ciò che si è per tenere alto il livello dell’attenzione su di sé, puntando sull’idea (discutibile) che più comunichi e più performi elettoralmente. Nel secondo caso, invece, si tratta di verificare come rendere operativa l’attività di programmazione ed affiliazione degli elettori non solo dal punto di vista della conoscibilità e riconoscibilità dell’identità del brand politico, ma anche sotto il profilo del vincolo relazionale e della costruzione di una vera e propria brand community.
Il secondo aspetto di carattere generale è che non sono pochi i rischi correlati all’enfasi riservata alla «politics» (attori politici), specie quando quest’ultima si svincola dall’esigenza della rappresentazione della «policy», che in definitiva è l’unico ambito rispetto al quale è possibile attivare il meccanismo della misurazione degli effetti. Rispetto a questa necessità, è del tutto evidente che la polarizzazione non aiuta, così come non aiuta il ricorso a soluzioni frutto di iper-semplificazione. Come esempio di iper-semplificazione, al netto dei ragionamenti sulla futura legge elettorale, è utile ricorrere al dibattito che si è innescato dopo il pareggio tra centrodestra e centrosinistra alle ultime regionali. In quella circostanza sono stati usati fiumi d’inchiostro e ore di produzione televisive e radiofonica per verificare se la conferma del centrosinistra in Toscana, Campania e Puglia avrebbe prefigurato un cambio di orientamento politico complessivo nel Paese. Si tratta di un’impostazione spendibile sul piano della suggestione mediatica, ma non su quello della fattualità politica, essendo il frutto di una enorme forzatura e il risultato della tendenza a confondere tra di loro le diverse consultazioni.
Il terzo e ultimo aspetto di carattere generale riguarda il vero nemico di tutti gli schieramenti e i partiti: l’astensionismo. Senza l’interesse reale dei cittadini nei confronti della politica, senza la partecipazione effettiva degli elettori ai momenti di discussione (anche aspra) tra persone che la pensano diversamente, l’astensionismo è destinato a crescere. Le feste di partito hanno questa funzione: risvegliare la voglia di politica; sollecitare la domanda di «policy»; coinvolgere gli elettori e i militanti rafforzandoli nei propri convincimenti, ma facendoli fare esperienza di democrazia. Atreju sta per cominciare.