Dopo la benedizione Urbi et Orbi e il giro in Piazza San Pietro di domenica scorsa mi ero rincuorato sulle condizioni di salute di Papa Francesco perciò la notizia della sua morte ieri mattina a Casa Santa Marta mi ha profondamente sorpreso e addolorato. Le parole del cardinale Kevin Farrel ci hanno lasciato tutti nello sconforto. Jorge Mario (come per tre volte lo ha chiamato il cardinale camerlengo) è tornato alla casa del Padre e un vuoto profondo mi ha raggiunto come la perdita di un parente prossimo, di un padre.
Lo avevo incontrato per la prima volta nel maggio del 1996 a Buenos Aires quando era Vescovo Ausiliare di Buenos Aires ed io ero appena stato nominato Vescovo Ausiliare di Rio de Janeiro. In quella occasione l’ho sentito dire che non solo la vita della Chiesa, ma tutta la realtà si vede meglio dalla periferia che dal centro; al tempo stesso mi aveva ringraziato perché, pur tra i preparativi della mia ordinazione episcopale, avevo trovato il tempo per partecipare a quell’incontro in cui si discuteva sulla situazione della Chiesa in America latina.
Poi l’ho incontrato varie volte; ma l’occasione più importante è stata nel maggio del 2007, quando ero vescovo di Petrópolis ed ho partecipato alla V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano nella città di Aparecida in Brasile. Aparecida è il luogo dove c’è il Santuario Mariano nazionale del Brasile, paragonabile a Lourdes, Fatima, Pompei. In quei giorni ho potuto apprezzare l’intelligenza e capacità di dialogo di questo prelato che in una situazione complessa, con vari fermenti contrastanti, ha avuto la capacità di preparare un documento finale di straordinario valore col titolo «Discepoli e missionari di Cristo affinché in Lui i nostri popoli abbiano vita». Il documento programmatico di Francesco, l’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, almeno per la metà riprende la Conferenza di Aparecida che sino ad allora era stata snobbata dalla Chiesa Europea. Da quel momento anche Bergoglio ha cominciato a parlare di «cambiamento d’epoca» in cui l’annuncio di Cristo risorto è risuonato al mondo, con uno stile tutto proprio di «cura callejro». Certamente sulla scia di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, ma con accenti propri, accentuando il tema della misericordia e con una vicinanza a tutti, particolarmente ai più poveri. Valorizzando il ruolo delle donne nella Chiesa, senza cedimenti a pressioni della stampa, ma affermando che Maria è più grande di San Pietro e che il ministero mariano è più grande di quello petrino. Con uscite tipicamente latinoamericane anti-Stati Uniti e con esternazioni popolari di impatto immediato. Nell’ultima enciclica Dilexit nos c’è persino un riferimento ai tipici panzerotti pugliesi: «Ciò che nessun algoritmo potrà mai albergare sarà, ad esempio, quel momento dell'infanzia che si ricorda con tenerezza e che continua a succedere in ogni angolo del pianeta. Penso all'uso della forchetta per sigillare i bordi di quei panzerotti fatti in casa con le nostre mamme o nonne».
Col suo predecessore Benedetto XVI ha sempre mantenuto un rapporto di cordiale affetto e di reciproco rispetto. Chiari e duri sono stati i richiami alla Curia romana soprattutto nei discorsi per gli auguri di Natale. Per esempio nel discorso del 21 dicembre del 2019 diceva: «La Curia romana non è un corpo staccato dalla realtà – anche se il rischio è sempre presente –, ma va concepita e vissuta nell’oggi del cammino percorso dagli uomini e dalle donne, nella logica del cambiamento d’epoca. La Curia romana non è un palazzo o un armadio pieno di vestiti da indossare per giustificare un cambiamento. La Curia romana è un corpo vivo, e lo è tanto più quanto più vive l’integralità del Vangelo».
Papa Francesco ci ha abituati alle sorprese sin dalla prima apparizione pubblica del suo pontificato: indossa una semplice talare bianca invece dei paramenti purpurei delle grandi solennità. Abita a Casa Santa Marta e non nel palazzo apostolico. Si muove con una utilitaria e non grandi macchine. Va dall’ottico a cambiare gli occhiali. E così via. Uno di noi dando una lezione di sobrietà a vescovi e sacerdoti. Liturgie sobrie ed essenziali soprattutto nella Settimana Santa e nelle grandi feste. Omelie dirette e mai lunghe. Cordialità con tutti e allo stesso tempo fermezza e intransigenza nel combattere gli abusi.
Con la Conferenza Episcopale Italiana ha un dialogo franco con uscite tipiche di «porteños» (abitanti di Buenos Aires): «In Italia ci sono molte Diocesi!» con i volti allibiti di molti vescovi di Diocesi medio-piccole; anche se poi ci ripensa e apre il dialogo. Fa un intervento memorabile alla Chiesa Italiana nel Convegno del 2015 a Firenze con passaggi di grande spessore teologico: «In Cristo il nuovo umanesimo»; con ricadute pastorali molto concrete: «Mi piace una Chiesa italiana inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta col volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza». Giunge poi a citare la bellezza del cattolicesimo popolare di don Camillo e Peppone: «La Chiesa italiana ha grandi santi il cui esempio possono aiutarla a vivere la fede con umiltà, disinteresse e letizia, da Francesco d’Assisi a Filippo Neri. Ma pensiamo anche alla semplicità di personaggi inventati come don Camillo che fa coppia con Peppone. Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente». Vorrei citare due momenti che hanno rivelato Papa Francesco come unico grande leader mondiale. Innanzitutto la sua preghiera in una Piazza San Pietro deserta durante il Covid e il tema della pace che è stato un punto costante di riferimento in questi ultimi anni di magistero, anche se molto citato, ma non seguito dai potenti.
Punti nodali del magistero di Francesco sono state le sue encicliche e i suoi viaggi apostolici, quarantasette in tutto in sessantasei paesi. Le Encicliche sono quattro: la prima scritta con Papa Benedetto XVI, Lumen Fidei. La seconda è la grande Enciclica Laudato si’ sulla Cura della Casa comune che ha indicato nello sguardo contemplativo di San Francesco d’Assisi il modo di rapportarsi «con cura» con l’ambiente e con le persone, scendendo a implicazioni politiche e molto pratiche di estrema importanza. La terza Fratelli tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale nella quale sviluppa la necessità della fratellanza universale e cita l’incontro con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb ad Abu Dhabi. L’ultima enciclica Dilexit nos sull’amore umano e divino di Gesù Cristo, praticamente ignorata dalla maggior parte della stampa universale e che Francesco ritiene essenziale per comprendere le altre encicliche. Infatti afferma: «Ciò che questo documento esprime ci permette di scoprire che quanto è scritto nelle Encicliche sociali Laudato si’ e Fratelli tutti non è estraneo al nostro incontro con l’amore di Gesù Cristo, perché, abbeverandoci a questo amore, diventiamo capaci di tessere legami fraterni, di riconoscere la dignità di ogni essere umano e di prenderci cura insieme della nostra casa comune (n.217).
Questa è la cifra per comprendere l’umanità semplice e appassionata di Papa Francesco; il suo amore privilegiato per i poveri, documentato dal nome del Poverello di Assisi che ha assunto; il suo amore per la casa comune e il dialogo sincero tra i cristiani, con le varie religioni e con tutti gli uomini di buona volontà. Per lui la nostra gratitudine nel lunedì dell’angelo della resurrezione per averci indicato il cammino di ciò che è essenziale al cuore e alla società.
















