L'analisi
La caduta dei tiranni e le lunghe ombre dei signori della guerra
Bashar Hafiz al-Assad e famiglia atterrano a Mosca, accolti da Putin. Solidarietà fra despoti? O piuttosto un nuovo tassello del mosaico in via di disfacimento che garantiva stabilità nei Paesi più a rischio, ora caduti uno dopo l’altro sotto il potere ben più temibile del fondamentalismo
Bashar Hafiz al-Assad e famiglia atterrano a Mosca, accolti da Putin. Solidarietà fra despoti? O piuttosto un nuovo tassello del mosaico in via di disfacimento che garantiva stabilità nei Paesi più a rischio, ora caduti uno dopo l’altro sotto il potere ben più temibile del fondamentalismo, o peggio, nel caos e, sulla sponda adriatica di fronte, nella balcanizzazione seguita alla morte di Tito? È la versione attuale della teoria del dominio, dove la nuova sfera d’influenza ha più impatto di quella ideologica, perché teocratica?
«Licet necare tyrannum», è lecito uccidere il tiranno, secondo la teologia di San Tommaso. Ma se da lui dipende l’equilibrio geopolitico essenziale per la tenuta di un mondo dove rivoluzioni, colpi di stato e mutamenti dell’assetto istituzionale non sono più circoscritti entro i confini dei diversi territori?
La Siria degli Assad, di padre in figlio, costituiva una propaggine mediorientale della civiltà indoeuropea. Ai vertici del potere di Damasco faceva capo, insieme agli interessi privati della dinastia, un fitto interscambio con l’Europa e l’Italia in particolare. L’università e la ricerca acquisivano personale e know how in materia di sviluppo agricolo. Lo stesso accadeva nella Persia di Reza Pahlavi, prima di venire abbandonata agli ayatollah dagli americani, convinti che la «rivoluzione» incubata e scoppiata nel 1979 fosse ineluttabile e comunque portatrice di un allentamento della morsa repressiva dello scià. Così non fu. Basta aprire adesso Leggere Lolita a Teheran o vedere il film che ne è stato tratto per rivivere le vicende della scrittrice Azar Nafisi e la delusione dell’intellighenzia iraniana. La quale credeva in un’alleanza fra socialisti, comunisti, liberali e persino frange progressiste del clero. Il risultato fu l’arretramento civile. Sotto lo scià la Savak, la polizia segreta, sopprimeva nel terrore l’opposizione, però in superficie vigeva un tenore di vita occidentale. Le donne erano libere di portare le minigonne, di truccarsi e di guidare le auto. Nessuna velleità distruttiva ai danni di Israele. Dopo l’ascesa di Khomeini, obbligo di chador, sottomissione, lapidazioni e pene atroci. Dopodiché la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. Otto anni di sanguinarie battaglie risolte con uno stallo che preludeva a un ulteriore conflitto, iniziato con l’invasione del Kuwait da parte delle truppe di Bagdad. Anche in questo caso, una nazione del tutto laica, dove non contava affatto l’osservanza di norme arcaiche e inaccettabili di fronte all’evoluzione non solo tecnologica ma anche comportamentale.
L’effetto non preventivato della detronizzazione di Saddam fu la nascita dell’Isis, sigla che non necessita di chiose. È lo stadio successivo di Al Qaeda, cui appartiene, peraltro, Abu Mohammed al-Golani, che ha fatto un ingresso trionfante nella Damasco «liberata» con grandi proclami di «moderazione», malgrado si sia imparato dai talebani, dopo i pasdaran iraniani e i jihadisti iracheni, che cosa comporta il passaggio delle consegne a gruppi di fanatici oscurantisti.
Donald Sassoon, fra i più autorevoli storici contemporanei, ha appena pubblicato da Garzanti il suo nuovo saggio, Rivoluzioni, nel quale scrive: «La contraddizione fra modernità e l’imposizione di precetti religiosi è diventata sempre più difficile da risolvere, forse perché è irrisolvibile». Una visione lucida e aderente alla realtà in divenire. Ma se in determinati contesti una leadership che risponde a criteri di autoritarismo personalizzato fosse la soluzione più realistica?
Gli inglesi, al principio del Novecento, inviarono nelle latitudini desertiche il colonnello Thomas Edward Lawrence, entrato nella leggenda come Lawrence d’Arabia. Lui comprese rapidamente il vero problema nel fomentare una rivolta contro l’Impero Ottomano: il tribalismo delle popolazioni locali. Lo stesso che oggi torna con prepotenza allo scoperto dopo la caduta dei despoti. Il progetto di esportare la democrazia del Primo Mondo nel Terzo, a sud ma anche a est, fallisce davanti alle orde che, diversamente da quanto succede in Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, non attendono la chiusa per cavalcare verso i confini. Sono già dispiegate in combattimento, e la Fortezza Bastiani e gli altri presidi cadono a ripetizione. Assad è fuggito, come cercano di fare i supercattivi al termine dei film di 007. La Siria e il resto del Medio Oriente sono a disposizione di signori della guerra, che proiettano su ampia scala le figure di capi mafiosi.