Come certi grandiosi attori del cinema muto finiti in disgrazia dopo l'avvento del sonoro. Pochi spiccioli per ruoli da comparsa. Cosa sono 10mila euro a fronte delle sconfinate fortune di uno dei più potenti boss del Sud Italia? Spiccioli, appunto. Ed eccolo Manomozza sul viale del tramonto, preso con le mani nella marmellata ad intascare la mazzetta come qualunque farabutto di periferia.
L'ultima volta, il, carcere, lo aveva visto nel 1991. Poi, incalzato dalle domande del pm Drago e soprattutto dai sensi di colpa che gli instillava la moglie Giusy («tuo figlio non mangia, morirà per colpa tua»), Salvatore Annacondia aveva deciso il grande salto della collaborazione. Superpentito nella stagione aurea del pentitismo. Aveva così lasciato le squallide patrie galere per una bella casa sul mare di Ancona, stipendio fisso, carta bancomat e una gloriosa e autocompiaciuta fama di ex criminale. In carcere ci è tornato lunedì 30 settembre, 23 anni dopo quell'ultima volta a Foggia.
Aveva soldi, Annacondia, tantissimi. E poi palazzi, capannoni industriali, locali commerciali, un oceano di prestanome, un esercito di fedelissimi. Aveva una barca, l'Angelo Azzurro, che usava per portare i vip da Trani a Polignano, per carpire segreti, per tessere alleanze. Aveva legami con le industrie tranesi del marmo, con i colletti bianchi, con gli ambienti che contano. E nei primi anni Novanta, fiutando il possibile sequestro di tutti i suoi beni, aveva trasferito in Australia una quantità inverosimile di denaro investendo in una tenuta agricola di copertura.
Stava arrostendo la carne sul barbeque, l'ultima volta che ci vedemmo, nel giardino della sua casa di Ancona. Lui, il superpentito dalla nuova identità, noi i giornalisti a caccia di scoop. «L'arrosto viene bene solo se lo carichi di sale», teorizzava cospargendo generosamente le bistecche sfrigolanti sulla brace. Tutto con la mano sinistra, ovviamente. La mano destra era saltata in aria durante una battuta di pesca di frodo, nelle acque di Trani, quella maledetta domenica in cui la sua vita cambiò per sempre. E siccome ci aveva preso in simpatia, dopo il barbeque, ci portò all'ultimo piano della palazzina Incis sul mare di Ancona, dove custodiva i verbali, i fascicoli, carte di processi in corso e di indagini in fase preliminare e scatole di oggetti senza importanza, qualche immagine della Madonna del Carmine e una miriade di foto di famiglia, lui in smoking abbracciato a Giusy in abito da sera, immagini della sua casa tranese dal tipico arredamento ridondante, altre foto della cattedrale di Trani.
Tutti d'altronde rimangono impigliati nei propri ricordi, per Salvatore la memoria era un'appartenenza, una terra da cui era stato costretto a salpare. Eppure diceva che la sua vecchia vita non gli mancava. «Sono una persona diversa», andava ripetendo. Ci credeva? Ci credevamo? Difficile intuire la verità da una persona con quel tipo di occhi, uno sguardo color ghiaccio la cui celeste trasparenza riesce a trasmettere la totale assenza di emozioni. Perché Annacondia è capace di parlarti con la stessa tonalità espressiva dell’assassinio a mani nude di Tetè Diomede (poi in verità finito con un coltello da cucina), dei suoi 72 omicidi, della bella vita da superboss, del sale con cui condire la carne, della magia del campanile di Trani all’alba.
Strategico, sanguinario, sottile, feroce. È stato descritto in tanti modi, fino ad ammantarne la figura di quella sinistra leggenda seduttiva riconosciuta solo ai grandissimi criminali. Fino alla scivolata finale, quel tentativo di estorsione andato in fumo perché oggi gli imprenditori sono più inclini a denunciare di un tempo, a chiedere aiuto, a ribellarsi, a credere nella giustizia. La stagione è cambiata. Lo ha capito anche la mafia, che ha imparato a inabissarsi, a far tacere le armi, a trasformarsi in holding. Il vecchio boss invece ha agito come un tempo, quando chiedeva e otteneva, quando prendeva senza chiedere e in quell’arresto si è consumata la sua parabola discendente. Come un attore del cinema muto.















