L'analisi

Da Bozzoli al «lupo» Liboni: storie di uomini in fuga con l’inferno alle calcagna

Enzo Verrengia

La fuga di Giacomo Bozzoli si aggiunge alla lunga scia di quelle compiute da colpevoli forse convinti di allungare le distanze oltre che dalle condanne, anche dai crimini commessi

La fuga di Giacomo Bozzoli si aggiunge alla lunga scia di quelle compiute da colpevoli forse convinti di allungare le distanze oltre che dalle condanne, anche dai crimini commessi. Nel caso dell’assassino riconosciuto di Macheno, reo di avere ucciso lo zio, Mario, e distrutto il cadavere nell’altoforno della fonderia di famiglia, sembra di vedere fiamme infernali che gli si allungano alle calcagna.

Per quanto crogiolarsi a Marbella, se così è per Bozzoli, comporta indignazione e non timore, la memoria va a transfughi del calibro di Ivan il Russo. Più ancora a Luciano Liboni, protagonista venti anni fa di una caccia cruenta, dopo avere sparato all’appuntato scelto dei carabinieri Alessandro Giorgioni. La sua pericolosità fu vissuta da chi, anche per pochi minuti ne fu ostaggio. Liboni si guadagnò il soprannome di «Lupo». Per lui e gli altri vale il concetto di Unheimliche, «perturbante», secondo la traduzione che si deve a Sigmund Freud: «Essa si riallaccia indubbiamente a ciò che è spaventoso, che suscita terrore e orrore…» Il perturbante irrompe nel ciclo della normalità, dell’ordinario, per stravolgere tutto, a partire dall’incolumità altrui.

Per esempio nei favolosi anni ‘60, quando il benessere si dava per garantito e gli spari della guerra erano già stati rimossi dai veterani che l’avevano combattuta e adesso tiravano a campare in ufficio o in fabbrica. Su questo scenario fa un’entrata più che perturbante Luciano Lutring, passato alla cronaca come il «solista del mitra», con la rapina di via Montenapoleone. Alla quale segue una fuga dalle modalità diverse rispetto a quella di Bozzoli e Liboni. Carlo Lizzani ne trae un film, Svegliati e uccidi, con Robert Hoffman nei panni del rapinatore. Un cambiamento di 180 gradi per l’attore austriaco giunto alla fama nella TV dei ragazzi interpretando Robinson Crusoe.

Più sanguinaria la fuga di Piero Cavallero, ricostruita per il cinema dallo stesso regista in Banditi a Milano, dove stavolta imperversa Gian Maria Volonté. Qui, l’analisi del mutamento sociale che nutre la figura del lupo assassino si fa più marcata. La metropoli lombarda perde velocemente i connotati meneghini per internazionalizzarsi, oggi si direbbe globalizzarsi. Il centro città perde la popolazione autentica, sfrattata dai rincari verso l’immensità dell’hinterland. Arriva la delinquenza dall’estero. Quella locale deve attrezzarsi per sopravvivere.

L’erede nel male di Lutring è Renato Vallanzasca, il bandito della Comasina. Anche la sua è una fuga lunga e sospesa sull’orlo delle sparatorie, anche se poi la cattura si consuma in circostanze imparagonabili a quelle di Liboni, senza piombo e sangue.

D’altronde, la realtà gli tiene dietro. Sante Notarnicola, Paolo Caso: i loro nomi riempiono telegiornali in bianco e nero e prime pagine di quotidiani che non dedicano ancora gran parte dello spazio al gossip politico e alle crisi internazionali.

Le premesse dei fuggitivi tornano da un mese all’altro, da un anno all’altro, da una generazione all’altra. È il passaggio dall’economia rurale allo sviluppo metropolitano, con l’aumento del divario fra ricchi e poveri. Quello è il tempo del rapinatore, dell’assassino. Anche perché, nel frattempo, si sviluppa anche una deriva politica della devianza sociale. I gioiellieri cadono vittime non solo di aggressioni ma di frange armate del movimento. Il caso Torregiani innesca la cattura, la successiva evasione e la fuga di Cesare Battisti, la cui vicenda si conclude con l’arresto e l’estradizione.

Pericolosi latitanti in fuga si ebbero per tutti gli anni di piombo. Gente con debiti pensati verso la giustizia, ben diversi dal fuggitivo per eccellenza, il dottor Richard Kimble, della serie televisiva di culto, trasposta al cinema nel 1993 con la regia di Andrew Davis e la magistrale interpretazione di Harrison Ford. Non c’è nulla in comune fra un noto chirurgo accusato ingiustamente di avere ucciso la moglie. O Henri Charrière, divenuto best-seller con le sue memorie, Papillon.

Dinanzi agli imprevisti della realtà, chiunque è esposto all’impatto del perturbante, del lupo braccato. Nel volume Anatomia del terrore, Sergio Romano scrive: «La vita, soprattutto nelle città, è fondata sulla reciproca fiducia. Sappiamo che la violenza è nell’uomo e può esplodere in qualsiasi momento, ma crediamo all’esistenza di una tregua, tacitamente stipulata per il bene comune, che tutti avrebbero interesse a rispettare». I lupi solitari, spinti dall’aggressività, violano questo patto sociale non dichiarato.

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