L'idea

Il ritorno delle cronache e il mare come metafora dei frangenti della vita

Cinzia Colazzo

Nei paesi di mare, si scrivono cronache di eroi che si sacrificano per salvare perfetti sconosciuti battuti dai flutti, o di padri e figli inghiottiti insieme, o di turisti tronfi di sicumera che non riescono più a tornare a riva

Domenica mattina 6 agosto, a Gallipoli, presso la Baia Verde, è morto un ragazzo di 19 anni, per arresto cardiaco, probabilmente dovuto alla fatica di opporsi alla risacca. La cronaca estiva è scandita da queste morti, tutti gli anni. Ogni località ha le sue tragedie. Nei paesi nordici, la cronaca invernale annota le morti di bambini innocenti che finiscono nei laghi ghiacciati, per eccessiva fiducia nello strato solido sopra il gelido abisso, che li lascia precipitare e lesto si richiude sopra i loro piccoli corpi.

Nei paesi di mare, si scrivono cronache di eroi che si sacrificano per salvare perfetti sconosciuti battuti dai flutti, o di padri e figli inghiottiti insieme, o di turisti tronfi di sicumera che non riescono più a tornare a riva. Chi come me è vissuto vicino o dentro i luoghi della Guardia Costiera, sa che fra le vittime del mare ci sono i lavoratori, i pescatori notturni che escono con il mare grosso e che poi devono essere recuperati e rimorchiati: alcuni restano sul fondo con la loro fame. Chi come me si interessa di storie di mare, sa che l’acqua salmastra che lambisce la terra di questo speciale pianeta è un campo di salme e lapidi. Nei giorni che scorrono indifferenti, ci arrivano notizie di barconi affondati, e prendiamo nota di altri settanta dispersi in mare. Ma non osiamo immaginare cosa voglia dire per un uomo forte, per un giovane, per una donna incinta, per una bambina, per un neonato, morire dentro la massa d’acqua abissale. Un tempo, morivano per lavoro i palombari, durante la ricerca di relitti, resti della guerra, piroscafi sinistrati, munizioni, bettoline di carbone, scatolette militari, rame, motori, casse di pentolame. E si sapeva che l’esperienza e il senso del pericolo rappresentavano il discrimine fra vita e morte, fra riemersione ed embolia. I palombari ricevevano due funerali: il primo avveniva in mare, con l’apertura del gas che gonfiava il suo vestito e lo riportava alla superficie, con dentro il morto. Del mare non si aveva un’immagine da cartolina – «Mare come ai Caraibi!».

Il Mare era – è – l’al-di-là dal conosciuto, culla di semidei potenti, territorio di leggi proprie, riserva di animali abissali, misteriosi, arcaici, possenti, superiori all’uomo per forza e strategie di sopravvivenza. Il Mare come l’albero della conoscenza è archetipo di un mistero che si vuole attraversare, dominare. È il terreno di sfida di Achab. Ma non è altro-da-sé: è il sé ignoto. Chi ne avesse la fortuna, dovrebbe intervistare i palombari superstiti, o i loro figli, e i lavoratori del mare che ancora possono insegnare le sue leggi, cioè i codici che regolano i rapporti, non solo fisiologici, con la massa d’acqua. Il Mare è fatto di acque territoriali, anche questo si dovrebbe studiare. Non appartiene a tutti gli uomini e alle donne della Terra, ma è oggetto di contesa. Anche sul Mare si scatenano principi e negoziazioni, un tiro alla fune fra mare libero e legislazione costiera. Si studia mai la Convenzione di Montego Bay a scuola? Il mare è materiale e attore pedagogico. Attraverso esso si possono studiare le leggi dell’uomo, le leggi internazionali, le leggi di condotta morale, le leggi fisiche, i venti, le correnti, i confini geografici, le ere geologiche, l’antropologia marittima, la biologia marina, quattromila lemmi specifici, miti, componimenti lirici e poemi, storie di donne pirata travestite da uomini, collezioni di Lieder e canti su questi temi. Se girassimo la prospettiva e insegnassimo la storia dell’uomo e la geografia partendo dal mare, abbandonando l’accanimento terrocentrico, compiremmo una rivoluzione epistemologica. Scopriremmo che il mare non è né addomesticabile né inconoscibile, e, soprattutto, insegneremmo che il mare non è la bagnarola estiva per gavettoni e tuffi dal pattino. Certamente la storia del mare è storia di cure, bagni salubri, prescrizioni mediche, iodio benefico, miglioramento della circolazione, meditazione (troppo poco), ma è anche resoconto di predazione (stelle marine, ricci, frutti proibiti, monili di conchiglia), di morte dei coralli, di morie di pesci e così via. Raramente si sta nel mare ritraendo lo spirito colonizzatore che forza e spezza i rapporti. Senza materassini e gonfiabili extra-large. Senza motoscafo. Senza musica forte. Senza ingordigia. Con la meraviglia di antichi greci e cantori. Con l’occhio all’orizzonte inconosciuto. Con rispetto.

Ogni anno tornano le cronache nere, luttuose, a ricordarci che il mare può inghiottire i bagnanti e i natanti. Questa volta è la storia di un ragazzo che si chiamava Anxhelo, sfiancato dalla risacca.

Il mare come metafora. La risacca come immagine di forze che ci arrestano, stancano, imprigionano. Ci sono fasi nella vita in cui una persona si sente «in balia dei flutti», ci sono «frangenti» nella biografia che ci tengono al largo, nel mare grosso, lontani dalla riva sicura, da casa, da noi stessi. In queste situazioni, perdiamo di vista i nostri punti fermi, e più ci agitiamo, più perdiamo le risorse necessarie a restare a galla.

La nostra lingua è piena di riferimenti marittimi: la preghiera a Sant’Antonio da Padova («il mare si calma…»), i riferimenti di Jung all’inconscio, lo scoglio come insidia ma anche come effimera certezza a cui appigliarsi, il faro come riferimento morale o affettivo, la profondità oscura come memoria del proprio destino, le maree come ritmo di resa o intrapresa, di slancio o di attesa.

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