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In Puglia e Basilicata

L'editoriale

Il Sud ultima spiaggia per recuperare il senso della «buona vita»

Il Sud ultima spiaggia per recuperare il senso della «buona vita»

Spetta ancora al Sud presentarsi come portatore di un senso dell’esistenza altrove scomparso

13 Agosto 2022

Lino Patruno

Più che diventare diversamente settentrionale, il Sud deve restare autenticamente meridionale. Perché un Sud capace di incantare ancora è quello scoperto da genti disincantate dal cinismo del tempo solo come denaro. Stupirsi. E se da loro il tempo corre, al Sud il tempo scorre. E se da loro è corsa a sfruttare il tempo, al Sud è rimbalzo fra prendere tempo e perdere tempo. E se la vacanza è anche ricerca della vita autentica sia pure per due settimane tutto compreso, è al Sud questa ultima spiaggia.

Vita umana come buona vita e non solo faticosa sopravvivenza. Sud considerato per questo un crimine della ragione, diceva Franco Cassano, se la ragione è solo produzione. Ma è anche la lentezza che consente il pensiero. Quello odiato da ogni dittatura non solo del pensiero. Ora anche da ogni dittatura tecnologica. Attenuare rumori, innalzare meditazioni. Una diversa modernità non solo possibile ma provvidenziale.

Forse al Sud (e in Puglia e Basilicata) ci fasciamo troppo la testa nel chiederci quale debba essere e sia la nostra immagine da far percepire. Non svuotarci di meridione. Quello che in certo senso ci fa rimanere il paese d’Italia, ancora luogo più che non luogo. Quello che Cesare Pavese diceva che ci vuole, non fosse altro che per andarsene (e tornarci). Dove vive ancora la pietas. Dove si ha ancora cura: «pena amorosa». Questo non vuol dire solo tarantelle e sagre degli assessorati. Ma vuol dire camminare nei borghi, anche se l’antropologo Vito Teti commenta: conosco persone che hanno viaggiato molto e non hanno visto nulla. Che hanno fatto tutti i tour organizzati del mondo e non hanno mai camminato. Più propense alle sedute da spritz che al nomadismo curioso. Più al cellulare che allo sguardo attorno.

Perché questo è buona parte del turismo globalizzato di oggi: foto e selfie dappertutto. Da inviare in giro in tempo reale, in una universale catena di sant’Antonio senza la quale non sei. Da consumare nel presente fino al successivo presente. E con una cultura da Internet secondo la quale il Mediterraneo è un filosofo barbuto che sentenzia sotto un ulivo della Magna Grecia. O filari di viti dalle quali gocciola miele. A Bari la coda davanti al panzerotto col numerino come alla Asl. Una eccitazione vociante a caccia del folclore locale, di spettacolini più che di musei. E poi via sul trenino della felicità per pillole di conoscenza incapaci di sopravvivere alla memoria. Altro che anima e sentimento di ciò che traversi.

Spetta ancora al Sud presentarsi come portatore di un senso dell’esistenza altrove scomparso. Anzi dovendolo dire come si dice oggi, South way of life. Perché solo il Sud (anzi il Sud del mondo) ha ancora qualcosa di interessante da offrire. Raccomandazione anzitutto a troppe guide con la bandierina issata e date e nomi snocciolati come dischi rotti ad ansimanti e riluttanti ospiti sotto un sole crudele. Spetta al Sud spiegare (dice il paesologo Franco Arminio) perché nonostante tutto c’è più vitalità a Palermo che a Torino. E perché al Sud magari si sta peggio ma si vive meglio (alla faccia di tutte le classifiche sulla qualità della vita che mai, mai, si preoccupano di aggiungere quanto dipendano dalla iniqua spesa dello Stato a svantaggio del Sud).

Insomma anche di fronte alla ondata turistica che lo predilige, il Sud ha bisogno di smettersi di guardarsi attraverso gli occhi degli altri. Ha bisogno di raccontarsi da sé più che farsi raccontare dai dépliant. Sud capace di esportare ancora umanità più che pittoresco. Sud con qualcosa ancora di fisico, di vitale, di sensuale perché no: un dio dentro. Sud con visite di cortesia da iscrivere a bilancio insieme al Pil. Sud custode di un’antica alleanza fra l’anima e l’ambiente. Sud pieno di difetti quanto segnato da decenni di dolose dimenticanze. Ma Sud capace di reagire secondo la filosofia di un mago del calcio come Oronzo Pugliese: undici siamo noi e undici sono loro.

Intanto fuori dalla finestra si sente un giullare locale che fa cantare «Volare oh oh» a un divertito eccitato grondante gruppo straniero. E si fa accompagnare da trottole e tamburelli in sua dotazione pronta all’uso. Monetine, filmini e sorrisi di una gioia low cost. Viva il Sud.

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