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In Puglia e Basilicata

Il punto

Sanità e fine-vita: no alle scorciatoie, migliorare l'assistenza

sanità

La richiesta ha più la pretesa di sensazionalismo che di effettiva soluzione del problema. E con la salute dei cittadini non si scherza, non si possono sbandierare bandierine, specie in campagna elettorale

13 Agosto 2022

Franco Deramo

Quanta sofferenza nel leggere il giornale del 27 luglio scorso. Tre pagine dedicate alla Sanità in Puglia, alla sua condizione poco efficiente, ai suoi ritardi e, a conclusione, chiudere con l’invito a legiferare per stabilire «l’aiuto a morire in pace».

Incapaci di parlare e di operare compitamente e fattivamente di prevenzione, di cura, ecco la soluzione «togliere il disturbo», eliminare chi è a «fine vita», aiutarlo non a cercare aiuto e sostegno alla sua sofferenza, ma a «farlo fuori».

Chi dice che quelle sono solo, chiare domande di morte e non invece richiesta di forte aiuto a non soffrire e a non morire, magari solo come un cane?

La dolorosa conoscenza dell’«incubo delle liste d’attesa in Puglia» sono il presupposto, la premessa a «decidere per la scorciatoia». Invece di sostenere chi è impegnato sul fronte delle soluzioni, invece di lavorare, impegnarsi a risolvere il problema della nostra sanità regionale, ci si dichiara come incapaci, impotenti, pronti a praticare scorciatoie, vere scappatoie.

La richiesta ha più la pretesa di sensazionalismo che di effettiva soluzione del problema. E con la salute dei cittadini non si scherza, non si possono sbandierare bandierine, specie in campagna elettorale.

Non più tardi di una ventina di giorni fa, abbiamo letto la gravissima denuncia che faceva il Sindacato pugliese dei pensionati di Cgil, Cisl, Uil proprio alla Regione Puglia richiedendo «un intervento straordinario per assicurare quanto già scritto nella stessa legge regionale n. 13 del 2019 su come “stoppare temporaneamente le prestazioni in intramoenia”». Sono inaccettabili liste d’attesa così fatte: 99 giorni per una mammografia; 72 giorni per una Tac all’addome; 69 giorni per una colonscopia; non 3 giorni per una Tac al cervello, ma 21 giorni alla Asl di Foggia, 40 giorni a Bari, 34 a Lecce, 41 nella Bat. Potremmo continuare.

A pagamento, invece, nello stesso ambulatorio ospedaliero, dallo stesso medico, tutto si risolve nel giro di una settimana.

Che dire? O la borsa o la vita!

Altro che quello che si afferma nella «Carta per i Diritti delle persone Anziane e i doveri della Comunità», elaborata dalla Commissione per la riforma della assistenza sanitaria e sociosanitaria per la popolazione anziana istituita presso il Ministero della Salute, guidata da monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, presentata al presidente del Consiglio Mario Draghi lo scorso settembre.

Intanto, il 13 dicembre 2021 dalla Camera, l'iter della legge sul «fine vita» è stato già avviato, per tenere conto di quanto deliberato dai giudici costituzionali.

Facciamo nostra la domanda che pone il professore Filippo Maria Boscia, presidente nazionale dell’Associazione Medici Cattolici Italiani (Amci). «È così che si custodisce la vita dei fragili che chiedono di morire tra libertà e pietà?».

«Gran parte dei medici fa presente che c’è un’incompatibilità assoluta tra l’agire medico e l’uccidere. Ai medici non può essere assegnato il compito di causare, accelerare o provocare la morte. Chi esercita la difficile arte medica non può scegliere di far morire e nemmeno di far vivere ad ogni costo contro ogni ragionevole logica. I medici sottolineano l’importanza di garantire l’accesso a cure palliative universalistiche e solidaristiche in modo omogeneo e non diseguale; cure irrinunciabili per garantire ai malati ogni attenzione e percorsi sostanziati da rapporti umani, affettivi e intensi e da professionalità eccellenti. La medicina, nella proporzionalità terapeutica, è sempre per la vita e a favore della vita, guarda la vita e comunica la vita, sempre senza alcun disimpegno o abbandono».

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