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Al bando l’oro dalla Russia? Una misura simbolica espressa con un «no» prezioso

Al bando l’oro dalla Russia? Una misura simbolica espressa con un «no» prezioso

I Capi di Stato e di Governo dei sette Paesi hanno rilasciato una dichiarazione congiunta di supporto all’Ucraina

03 Luglio 2022

Salvatore Rossi

I l G7, che raggruppa i sette maggiori Paesi economicamente avanzati del pianeta (compresa l’Italia), ha valutato la possibilità di mettere al bando le importazioni di oro dalla Russia, misura fortemente voluta dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. I Capi di Stato e di Governo dei sette Paesi, riuniti fino a martedì scorso nel castello di Elmau in Baviera, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta di supporto all’Ucraina in cui si accenna fra l’altro anche all’impegno di studiare, nei prossimi giorni e settimane, nuovi strumenti per ridurre le entrate finanziarie della Russia, incluse quelle derivanti dall’oro.

Non è ancora il divieto proposto dagli anglomericani, ma è un passo lungo quella strada. Perché farlo? La ragione ufficiale è colpire una voce importante delle esportazioni russe. La Russia è il secondo paese al mondo, dopo la Cina, quanto a estrazione di oro dalle sue miniere: circa 300 tonnellate l’anno (la Cina poco di più; dati del World Gold Council, l’associazione delle principali compagnie minerarie che nel mondo estraggono oro). Poiché il prezzo corrente di mercato dell’oro è superiore ai 1.800 dollari l’oncia (un oncia pesa circa 31 grammi), il valore delle esportazioni russe di oro potrebbe aggirarsi sui 17,5 miliardi di dollari, posto che la quantità prodotta venga tutta venduta all’estero. In effetti, l’anno scorso le vendite all’estero di oro dalla Russia hanno superato i 17 miliardi dollari, secondo Statista, un sito tedesco di statistiche economiche molto autorevole, per il 90 per cento dirette appunto verso i paesi del G7. Si tratta del 3,5 per cento circa del totale delle esportazioni russe del 2021.

Anche se molto meno del 43 per cento dei combustibili minerali (petrolio, gas naturale), non è una voce irrilevante. Tuttavia lo scopo vero di questa ulteriore sanzione non sarebbe di assestare una sberla diretta all’economia russa, ma indiretta, per via del ruolo speciale che l’oro riveste nei sistemi monetari.

Per capire come, chiediamoci: perché si compra oro? Solo un sesto dell’oro venduto nel mondo ogni anno finisce in imprese che lo usano a fini industriali. Il resto lo comprano i fabbricanti di gioielli e soprattutto coloro che lo vogliono «tesaurizzare», questi ultimi richiedendo prevalentemente lingotti. Fra costoro vi sono molte banche centrali, soprattutto di paesi non avanzati. E perché si desidera tesaurizzare oro? Qui bisogna fare un salto indietro nel tempo.

In un piccolo libro di qualche anno fa dedicato all’enigma oro notavo come quel metallo, nella sua storia millenaria, abbia incrociato costantemente la storia del denaro, al punto da rappresentarlo anche simbolicamente. Per tre millenni l’oro ha dato al denaro la veste di moneta metallica regina. Non era l’unico materiale di cui erano fatte le monete, c’erano il rame, il bronzo, l’argento. Ma era il principale, e fungeva da paragone per gli altri. Nel Medioevo e ancor più nel Rinascimento fecero capolino succedanei fiduciari cartacei dell’oro. Essi rimasero per secoli confinati a pochi commercianti e banchieri, almeno in Europa, poi nel XIX secolo la cartamoneta prese a circolare gradualmente. La diffusione nel mondo avanzato delle banconote di carta fu l’equivalente di una rivoluzione tecnologica. Era inevitabile, per l’estendersi degli scambi commerciali, interni e internazionali, per il progresso generale delle nostre società, che la quantità totale di mezzi di pagamento in circolazione non fosse sottoposta al capriccio del caso, cioè alla scoperta o alla chiusura di filoni o miniere.

La promessa degli Stati di far convertire in oro dalle proprie banche centrali le banconote di carta, sulle prime necessaria per convincere i cittadini ad accettarle, si attenuò molto nel corso del XX secolo. Gli ultimi simulacri di quella promessa ressero fino agli anni Settanta, poi il denaro divenne totalmente fiduciario, senza più alcuna rete di sicurezza aurea, vera o presunta. Ma non per questo l’oro cessò di essere desiderato come riserva di valore da soggetti sia privati - risparmiatori, intermediari finanziari - sia pubblici - banche centrali.

Oggi è ancora così. L’oro è considerato da tutti, anche da governi e banche centrali, il tesoro ultimo, il cui possesso suscita l’ammirazione e la fiducia di tutti gli altri. Non c’è una spiegazione pienamente razionale di tutto ciò, è così e basta. È sempre stato così. Quindi toccare l’oro vuol dire toccare il simbolo primo di ricchezza, di potenza, di resistenza ai cataclismi di ogni tipo. Mettere al bando le importazioni di oro dalla Russia - misura presa da Stati Uniti e Regno Unito, ancora allo studio del G7 - è innanzitutto per questo una misura altamente simbolica, che va al di là della perdita di reddito da esportazioni inflitta alla Russia: vuol ribadire solennemente che quel Paese è tagliato fuori dalla comunità finanziaria e monetaria internazionale. È una misura simbolica anche per ragioni più pratiche. Le importazioni di oro dalla Russia dei Paesi occidentali sono già di fatto quasi azzerate, la London Bullion Market Association - che gestisce il mercato dell’oro largamente più importante del mondo - ha estromesso dalla piazza di Londra gli operatori russi fin da marzo scorso. Le riserve ufficiali russe, comprese quelle di oro (ingenti, ancorché inferiori a quelle italiane), sono state già messe fuori del circuito finanziario internazionale, sono inservibili per fare pagamenti ai paesi occidentali. Quindi: efficacia pratica quasi inesistente, forza segnaletica tanta.

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