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In Puglia e Basilicata

L'analisi

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08 Giugno 2022

Francesco Caroli

Nel tremendo caos contemporaneo, tra guerre e pandemia, c’è una certezza e riguarda la politica: il campo largo, largo non è. O meglio, non lo è abbastanza. Occorre inventarsi qualcosa oppure osservare intorno, mentre si passeggia sul marciapiede e nella piazza vicino casa per scorgere, proprio nella città, un’alternativa vincente. Ma cosa è il campo largo? Prendendo atto che mancano i numeri e la volontà per una riforma elettorale in senso ancora più proporzionale, con l’attuale legge elettorale lo sbandierato «campo largo» negli intenti di chi ne teorizza la nascita dovrebbe essere un’alleanza tra più forze politiche accomunate dai valori democratici e dal riconoscimento della ragionevolezza delle posizioni altrui, pur nella distanza tra le stesse forze. Nel concreto, invece,  il campo largo pare più che altro un auspicio, un’esortazione o tutt’al più una preghiera laica rivolta al Paese. Perché le differenze son troppe, anche su vicende relativamente scontate come l'appartenenza al blocco occidentale in politica estera. 

Ma quelli del campo largo devono escogitare comunque qualcosa per vincere la sfida elettorale alla luce delle regole attuali. Sta arrivando il momento in cui sarà necessario svelare le carte, in cui non ci si potrà più nascondere dietro i buoni propositi o nel dire «però avevamo ragione», Andreotti diceva «non basta avere ragione, ma occorre qualcuno che te la dia».  

In politica, prima o poi, arriva il momento dei conti, della somma delle schede e solo chi ne avrà di più potrà guidare il paese. E allora, dando per scontato (?) che questo non sia un Paese sovranista, dove si possono cercare i voti e come si può canalizzare il consenso attorno al buon senso? La risposta è più vicina a noi di quanto non pensiamo: ovvero nelle nostre città. Da anni queste ultime sono, infatti, un importante esempio di che cosa possa fare una bella politica, dal generare esperienze inclusive per promuovere bellezza e diffondere cultura in tutti i quartieri, al coinvolgimento attivo delle comunità e delle associazioni, alla realizzazione di progetti innovativi e concreti che cambiano la vita delle persone. È quindi nei Sindaci e più in generale negli amministratori locali e nelle tante esperienze civiche ad essi collegate che occorre guardare. 

Da secoli infatti, i comuni rappresentano il pilastro della vita politica e sociale di un paese, soprattutto in Europa. E oggi possono ritrovare una nuova valorizzazione con la riscoperta del «municipalismo» quale via per ricongiungere i cittadini alla gestione della cosa pubblica. Gli amministratori locali (anche grazie al tipo di legge che ne regola l’elezione) sono stati capaci di consegnare ai cittadini dei propri comuni un ruolo attivo nei processi politici, dandogli la possibilità di incidere ed essere partecipi di un processo condiviso.

Inoltre, l’adozione di pratiche e scambi tra le diverse città ha permesso di creare una rete, dettata da un sano pragmatismo verso i risultati, che ha reso più efficaci le scelte politiche locali. In questi anni le città hanno consolidato un modello di gestione della cosa pubblica, partecipativo e trasversale a più realtà italiane ed europee, da cui è poi nata una «scienza comunale», un sapere impegnato nel perseguire il buon governo cittadino ma anche dalla chiara identità politica: quale grande Sindaco o presidente di Regione si è schierato o ha strizzato l’occhiolino a Putin?

Insomma, una rete tra gli amministratori locali: una sorta di alleanza tra chi, soprattutto in questi anni difficili, ha avuto il merito di coinvolgere gli elettori e mettersi in discussione, sperimentare riforme coraggiose e fare tante cose concrete, al di là delle parole. E gli elettori hanno ripagato: basti osservare gli straordinari risultati ottenuti delle liste civiche di Antonio Decaro, Giorgio Gori, Beppe Sala, Gaetano Manfredi o Matteo Lepore, Michele Emiliano e Stefano Bonaccini.

È vero, occorrerebbe un grande gesto di generosità da parte del Pd che benedica l’operazione, rendendola complementare al proprio percorso e che nei fatti lo porterebbe a raggiungere la guida della maggioranza del Paese. Il movimento civico «L’Italia vicina» degli amministratori è già pronto: ha i leader più conosciuti tra gli elettori, ha pronte le reti locali degli amministratori a far da gambe operative su cui camminare e al momento giusto potrebbe anche essere un progetto in cui i grandi gruppi industriali e finanziari decidano che valga la pena investire, per il bene del Paese. Il programma da scrivere sarebbe presto fatto: un movimento caratterizzato dal pragmatismo, che non ruoti su 400 pagine, né su 40 punti, ma su 4 temi che qualsiasi Sindaco contemporaneo saprebbe già autonomamente ben declinare nella realtà del paese, si tratta di: Ecologia, Salute, Diritti e Lavoro. 
E chissà che da questo movimento non si possa pescare anche il volto a cui affidare la rappresentanza di tutto il campo largo. Un volto su cui chiamare i cittadini a esprimere la propria fiducia. Per sceglierlo, forse basterebbe valutare attentamente chi è più ben voluto nella propria realtà ed ha ottenuto i risultati migliori.

Lo scenario attuale ci dice che l’eventuale movimento di amministratori locali (Sindaci, presidenti di Regione etc) è l’unico progetto realistico che l’attuale frantumazione partitica e la legge elettorale in vigore permettono di realizzare a pochi mesi dal voto, con partiti dalle casse vuote ed entusiasmi sopiti. Il progetto avrebbe, inoltre, un altro fondamentale merito: promuovere la partecipazione di tanti cittadini lontani attualmente dalla politica e dare voce a tutte quelle belle e importanti realtà civiche esistenti e presenti nel Paese ma che, alle elezioni nazionali ed europee, non trovano riferimenti per farsi rappresentare. Questo è un problema che la politica deve risolvere, anche nel suo stesso interesse.

Insomma, gli ingredienti ci sono, ma gli chef dei palazzi romani dovrebbero aprire le finestre e respirare l’aria buona che si respira sui marciapiedi e nelle piazze delle città.

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