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Il ricordo

Trent’anni fa la fine dell’Agensud

E pensa tu se il Sud non fosse ignorato

Sul tema, una letteratura sterminata ne ricorda meriti e demeriti

06 Giugno 2022

Piero Liuzzi

Nell’infuriare dell’anniversaristica che celebra personaggi ed eventi, passa sotto silenzio il trentennale della chiusura dell’AgenSud, ultima propaggine della celeberrima Cassa del Mezzogiorno. Promossa da Pasquale Saraceno e, tra gli altri, dal pugliese Donato Menichella, da Francesco Giordani e Rodolfo Morandi, istituita nel 1950 e presieduta dal 1955 al 1976 da Gabriele Pescatore, la Cassa segna l’epoca dell’Intervento Straordinario. Decisamente un cambio di paradigma nella storia nazionale.

Sul tema, una letteratura sterminata ne ricorda meriti e demeriti. Tra i primi, il dato incontrovertibile che il punto massimo di convergenza tra Nord e Sud fu raggiunto all’inizio degli Anni Settanta. Fase, per certi versi miracolosa. Mentre nei ministeri economici si alternavano Ferrari Aggradi, Vanoni, Campilli, Ugo La Malfa, in Svimez - vero e proprio think tank dello sviluppo - erano attivi Rossi Doria, Graziani, Cenzato, Guidotti, Garegnani e una nutrita pattuglia di economisti stranieri: Colin Clark, Vera Lutz, Paul Rosenstein Rodan, Jan Timbergen e altri.

Credo che resti ampia traccia di quella stagione nelle «Giornate del Mezzogiorno» che si tenevano alla Fiera del Levante: settembrino appuntamento canonico utile alle classi dirigenti del Paese a tracciare il punto sul divario Nord-Sud e sullo stato di attuazione delle strategie per attenuarlo (oggi che la Fiera è alla ricerca di una nuova mission, non è azzardato auspicare la riscoperta dell’ispirazione morotea che anticipava per metodo e per contenuti ciò che, particolarmente nell’ultimo ventennio, Casa Ambrosetti ha elaborato sostanzialmente in chiave euro-settentrionale).

Un’età dell’oro che termina con la fine della presidenza Pescatore e coincide con gli esiti della Guerra del Kippur: primo e secondo shock petrolifero, crescita dei costi delle materie prime, abolizione della parità dollaro-oro. L’età dei demeriti si trascina fino al 1984, anno della chiusura. Due anni dopo nasce AgenSud che avrà vita stentata fino alla soppressione nel 1992. In verità, non è anniversario da celebrare se non per il lungo inesausto dibattito se lo sviluppo debba essere top down o bottom up, dall’alto o dal basso.

La «Nuova Politica Regionale» lanciata da Carlo Azeglio Ciampi, ministro del Tesoro, Bilancio e Programmazione Economica tra il 1996 e il 1999, punta sulla sinergia tra risorse locali ed europee. Si tratta del pattern inverso a quello della Cassa di Pescatore. Un approccio che tre studiosi del calibro di Luigi Cannari, Marco Magnani e Guido Pellegrini dichiarano fallito nel 2010 (Critica della ragione meridionale. Il Sud e le politiche pubbliche, Laterza. Roma-Bari. 2010).

In altre parole, il Sud mancò l’occasione di assumere direttamente la responsabilità del proprio sviluppo. Nella fase alta della Cassa del Mezzogiorno le Regioni non esistevano e gli Enti Locali erano un ostacolo facile da superare. Poi si può dire che ci siamo complicati la vita e con risultati tutt’altro che brillanti. Ricordare la fine ingloriosa di AgenSud è utile perché ora incombe il PNRR e, per quanto un po’ sotto traccia, ritorna ancora una volta il dibattito se tutto vada centralizzato o se si debba dare fiducia alle istituzioni meridionali. Le performance delle Regioni e degli Enti Locali meridionali non sono esaltanti. Per esempio, secondo uno studio di IFEL-ANCI, il 91% dei comuni a rischio default sono nel Mezzogiorno, anche se il Nord brilla con Torino. Non è un buon viatico per intraprendere il viaggio nel Next Generation EU. Con un’aggravante: la posta è altissima e, probabilmente, è l’ultima mano della partita.

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