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La sfida dell'energia: il Sud può farcela solo in un'area sicura

La sfida dell'energia: il Sud può farcela solo in un'area sicura

Il Presidente Draghi, nel recente convegno di Sorrento, ha detto che il Mezzogiorno sarà l’hub energetico del futuro

25 Maggio 2022

Piero Liuzzi

Dopo un’intensa campagna diplomatica in alcuni paesi dell’Africa, il Presidente Draghi, nel recente convegno di Sorrento, ha detto che il Mezzogiorno sarà l’hub energetico del futuro. Probabilmente nel breve-medio periodo non abbiamo altra scelta. Ma si pongono alcune questioni.

La prima è che i Paesi africani produttori di energia hanno tutti un alto tasso d’instabilità politica, a cominciare dalla Libia dove la Cirenaica è controllata dai contractors russi di Wagner e la Tripolitania da milizie turche. Più a sud prevale il caos tribale. Le cose non vanno molto meglio in Angola, Congo e Nigeria (tutti Paesi oggetto del nostro recente scouting energetico). La seconda impone una riflessione su quali saranno gli esiti della carestia alimentare generata dal blocco delle esportazioni ucraine e russe dalle quali dipendono in larghissima parte quasi tutti i paesi dell’Africa. In proposito, basta ricordare che le «Primavere arabe» furono scatenate anche dal rincaro dei cereali generato da speculazioni sui «futures» dei raccolti. Risiedo in un territorio - la Murgia - fortemente vocato alla zootecnia e so quindi dell’importanza delle commodities nell’economia agricola e della trasformazione agroalimentare. La terza è l’ovvia constatazione che tutta l’area mediterranea, nella quasi generale distrazione, è percorsa da tensioni i cui esiti sono difficilmente prevedibili. Le cose non vanno bene né in Kosovo né in Repubblica serba di Bosnia. E la vicenda ucraina mette in ombra quella siriana. Pochi ricordano che a Tartus (porto noto sin dal tempo delle Crociate) è stata aperta una base navale russa e che nell’aeroporto di Kheimim stazionano caccia Mig e bombardieri Tupolev. Le elezioni in Libano consegnano un Paese ancor più nel caos e un’Intifada a più o meno bassa intensità è in corso tra Israele e Hamas. Ma il giro dei punti di crisi nel Mediterraneo continua in Egitto, Tunisia e Algeria.

In tutto questo, l’attenzione dell’Europa occidentale (e soprattutto della Nato) si concentra sul suo fronte Nord Est. La Finlandia che condivide 1.300 chilometri di frontiera con la Russia è sulla porta d’ingresso della Nato insieme alla Svezia. La Germania stanzia 100 miliardi di euro per la difesa federale mentre contingenti Nato si dispongono tra i paesi baltici e la Polonia. Ne deriverebbe che la sicurezza nel Mediterraneo sarebbe un problema solo dei paesi mediterranei? Per inciso, ricordo che dal Canale di Suez e dal Canale di Sicilia passa il 12% del commercio globale tra l’Indopacifico e l’Atlantico. Il Mezzogiorno d’Italia, hub energetico, è solo perciò una questione italiana?

Un hub energetico funziona se chi vende e chi acquista garantiscono nel tempo la sicurezza delle operazioni. Per l’Italia l’esperienza di aver fatto saltare il banco in Libia è stata devastante. L’esperienza di queste ore della dipendenza russa è bruciante. Pertanto, quella di una nuova dipendenza africana richiede quanto meno di essere maneggiata con cura. Senza dimenticare che si tratta di una questione politica e militare o, se si vuole, una questione di politica militare piuttosto inedita per l’Italia abituata a crogiolarsi sotto l’ombrello della Nato. Attrezzarsi (si vis pacem para bellum) per creare deterrenze è necessario oltreché realistico. Il Mezzogiorno potrà anche diventare un hub energetico per l’Italia e per l’Europa, terminale di altri gasdotti e oleodotti ma nella consapevolezza di dover difenderne non solo i punti d’arrivo ma anche e soprattutto i punti di partenza.

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