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L’Italia di Draghi, raccordo tra Usa ed Europa: Putin se ne faccia una ragione

L’Italia di Draghi, raccordo tra Usa ed Europa: Putin se ne faccia una ragione

Il Premier Draghi e la Speaker della Camera dei rappresentanti Pelosi

Sul piano politico la visita di Mario Draghi a Washington sembra aver colto diversi successi simultanei

14 Maggio 2022

Claudio Martelli

Quest’ultima settimana c’è stato un tale susseguirsi di eventi militari e di mosse politiche da rendere meno chiara sia la situazione sul campo sia la possibilità di un’evoluzione diplomatica della crisi. Nessuno è in grado di dire con certezza se sul piano militare stia prevalendo la resistenza ucraìna o l’invasione russa e cosa succederà nei prossimi giorni. Se a nord gli ucraìni hanno riconquistato Kharkiv, la seconda città del paese semidistrutta dai bombardamenti, e respinto gli invasori oltre i confini, i russi sembrano a un passo dall’espugnare l’acciaieria di Mariupol ultimo focolaio di resistenza al confine meridionale mentre hanno iniziato massicci bombardamenti su Odessa, la regina del Mar Nero.

Sul piano politico la visita di Mario Draghi a Washington sembra aver colto diversi successi simultanei. Il colloquio con Biden ha riavvicinato le posizioni tra un’Europa più disposta al dialogo per la pace e gli USA e il Regno Unito più determinati a far pagare a Putin il suo avventurismo aggressivo. Draghi si è fatto carico delle preoccupazioni del cancelliere tedesco Scholz e dell’angoscia di Macron di fronte ai rischi di una spirale di minacce e di un escalation militare tra i fronti contrapposti. Circondato dal generale rispetto per la sua persona Draghi ha concluso i suoi colloqui invitando Biden a parlare con Putin. A sua volta, Macron, neo eletto presidente della Francia, sembra essere riuscito ad aprire uno spiraglio nell’atteggiamento della Cina. Finora schierato quasi ciecamente nella «alleanza senza limiti» con la Russia il presidente Xi ha detto di condividere l’impegno europeo a portare Russia e Ucraìna al tavolo della pace senza umiliare nessuno.
Molti osservatori hanno letto questa dichiarazione di Macron come un’assicurazione preventiva rivolta a Putin che non deve temere di perdere la faccia accettando il negoziato. E così «salvare la faccia a Putin» è subito diventato un ritornello con tanto di richiami al precedente storico - citato da Macron - dell’errore compiuto dai vincitori della prima guerra mondiale che a Versailles imposero alla Germania sconfitta un trattato di pace così umiliante da diventare prodromo della seconda guerra mondiale. A parte il fuorviante parallelo storico il vero errore di questa ben intenzionata volontà di pace è quello di attribuire a Putin il nostro modo di pensare, la nostra prudenza, la nostra volontà di trovare un equilibrio in grado, se non di soddisfare tutti, almeno di non scontentare troppo nessuno.

Negoziare, negoziare, negoziare sempre è metodo e sostanza dell’Unione europea: e, «finché si negozia c’è speranza» potrebbe essere il suo motto. Questo modo di ragionare e di procedere è stato quello proprio dell’Europa in questi decenni di pace. Trovando sempre un compromesso o rinviando le decisioni quando mancava l’unanimità l’Europa ha costruito la propria unione ed è diventata un gigante economico restando peraltro un nano politico e militare la cui sicurezza, da quasi ottanta anni in qua, è stata garantita dalla superpotenza americana. Se non c’è spazio per negoziare l’Europa, volente o nolente, può solo assecondare gli USA e finora Putin non ha lasciato nemmeno l’illusione che un negoziato possa anche soltanto cominciare. Io credo che Putin anche se ha fallito la guerra lampo cui pensava quando cominciò l’invasione del territorio ucraìno sia tuttora convinto di vincere la guerra. Di sicuro non l’ha ancora persa. Sembra non curarsi del tempo necessario, sa che il suo popolo è abituato ai sacrifici, non ha un’opinione pubblica, tantomeno un’opposizione democratica cui debba rispondere in un libero Parlamento. È possibile che Putin stia replicando i suoi errori iniziali, che continui a sottovalutare la resistenza ucraìna e la forza che l’Occidente unito può dispiegare a suo sostegno.

Anche per questo risultano incomprensibili le parole di Conte e di Salvini: il primo vorrebbe che il Parlamento tornasse a deliberare su ciò che ha già deciso per offrirgli una passerella e forse l’occasione di un trabocchetto. Il secondo, convinto che chi gli dà retta sia più tonto di lui, ripete che inviare armi all’Ucraìna allunga la guerra. Beh, sì, effettivamente senza le armi americane, europee e anche italiane l’Ucraìna sarebbe stata distrutta e occupata dai russi e Salvini potrebbe finalmente tornare a indossare la maglietta con la faccia di Putin.

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