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In Puglia e Basilicata

Il punto

Adesso le imprese scommettano su diritti e ambiente

Mettiamoci d’accordo sul significato di ambiente

La società benefit deve dar conto del suo operato redigendo una relazione annuale che descrive gli obiettivi, misura gli impatti, ridefinisce priorità e strumenti

04 Maggio 2022

Daniela Caterino*

*Inizia da oggi la collaborazione con la «Gazzetta» di Daniela Caterino, ordinario di Diritto Commerciale all’Università «Aldo Moro» di Bari nonché «of counsel» di «Freebly», prima società benefit tra avvocati costituita in Italia

L’aspirazione, più o meno reale - ma spesso a gran voce dichiarata – alla sostenibilità dell’impresa permea con intensità crescente il dibattito giuridico-economico e la comunicazione aziendale.

Dall’epoca reaganiana del motto del guru Friedman, «business of business is business», molta acqua è passata sotto i ponti, e la crisi pandemica da Covid-19 ha funzionato come un «acid test» per il capitalismo consapevole. È vero che la nostra Costituzione repubblicana aveva ben presente la relazione tra libertà dell’iniziativa economica privata e la necessità di tutelare diritti fondamentali della persona e valori fondanti della comunità; ma lo scenario normativo evolve verso una nuova, più definita gerarchia valoriale, con leggi e codici di autodisciplina societaria che legano lo scopo sociale al «successo sostenibile».

Insomma, un richiamo insistito e accorato alla consciousness aleggia insinuante nelle stanze dei bottoni del capitalismo mondiale; ma non è né semplice né immediato raccogliere questo appello.

Un modello d’impresa emerge però come approdo razionale e convincente: si tratta delle «imprese a impatto positivo», società benefit e BCorps, che mirano a trasformare il timido principio «Do Not Significant Harm» nel ben più coraggioso obiettivo di generare un impatto rilevante e misurabile in direzione del beneficio comune. Beninteso, non si tratta di beneficenza: nella mission dell’organizzazione produttiva resta al centro la finalità lucrativa; ma l’impresa si propone di operare «in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni ed attività culturali e sociali, enti e associazioni ed altri portatori di interesse». Solo belle parole? Dichiarazioni d’intenti poco più che promozionali? Non credo.

La società benefit deve dar conto del suo operato redigendo una relazione annuale che descrive gli obiettivi, misura gli impatti, ridefinisce priorità e strumenti. Ex ante individua e dichiara nello statuto i suoi target di impatto benefico, ma ex post è chiamata a mostrare come quello scopo-fine è stato concretamente perseguito e come continuerà ad esserlo in futuro. Anche le BCorps di origine Usa, così qualificate in virtù del conseguimento di un «bollino blu» di sostenibilità, esprimono con i valori target raggiunti nella tutela dei lavoratori, nelle politiche di genere, nelle pratiche virtuose, il loro grado di consapevolezza e di capacità di perseguire obiettivi che travalicano la massimizzazione del profitto.

Le intenzioni si trasformano in cifre, risultati, report. Queste imprese «rendono conto» per «rendersi conto» di come impattano sul mondo che le circonda, pronte a modificare e rivedere dal profondo i processi produttivi, la governance, i rapporti con il territorio. Per questo, le imprese «a impatto positivo» sono paradigma dell’economia consapevole e orientata alla sostenibilità, a patto di dare una rappresentazione fedele e veritiera dei risultati ottenuti, perché diversamente si tratterà di null’altro che greenwashing.

Certo, ci si può chiedere se - in mancanza di regime agevolato, se si eccettua un limitato credito d’imposta - valga la pena affrontare costi vivi e una transizione non semplice. Ma io credo che il piano di analisi e la base di simili scelte non vadano collocati in una prospettiva meramente economico-quantitativa.

Il management, i soci di riferimento, i dipendenti vedono nella società benefit un business a forte connotazione identitaria, per natura vocato a comportamenti meno inclini all’arbitrio e all’abuso, basati su una declaratoria valoriale imprescindibile che è viatico per una navigazione sicura anche in congiunture tempestose.

Il generale dovere imposto all’impresa di assumere assetti organizzativi adeguati si evolve, nel mondo che cambia e corre verso il precipizio climatico (a tacere della persistente minaccia pandemica e dei venti di guerra globale); diviene, nella benefit, dovere di attrezzarsi per evitare che l’impresa metta a rischio la sopravvivenza propria e del territorio su cui impatta. Dovere di consapevolezza, di riconversione, di virtuosa coesistenza con il creato, che plasma il comportamento degli organi della società. La strada verso la consciousness, che per le ordinarie società è prospettiva faticosa e conflittuale, è per la società benefit ormai alle spalle, giacché sulla ricerca di quell’armonia si fonda la stessa scelta di costituirla.

L’interiorizzazione della tutela dell’ambiente naturale e antropizzato, vissuta come obiettivo e non come limite, consente una naturale transizione nei binari dell’economia sostenibile. Utopia? Forse. Ma un’utopia che vale la pena coltivare ad ogni livello di business; e a testimoniarlo sono le esperienze virtuose, sia pur in iniziale divenire, che la nostra regione ci consegna soprattutto nel comparto agrifood, miniera di risorse troppo spesso sottovalutate.

Da questi esempi vivi e veri occorre partire per consegnare alla prospettiva del beneficio comune realtà produttive sempre più rilevanti, e persino – se non mancherà lungimiranza – per affrancare dal peso scomodo del passato esperienze imprenditoriali sinora evocate come apportatrici di impatti mortiferi e devastanti per l’uomo e la natura.

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