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In Puglia e Basilicata

Il commento

Pasolini 100, militante nella terra promessa

Pasolini 100, militante della terra promessa

05 Marzo 2022

Oscar Iarussi

«La passione non ottiene mai il perdono». Pier Paolo Pasolini fu ucciso per mano del «ragazzo di vita» Pino Pelosi nella notte fra l’1 e il 2 novembre 1975 all’idroscalo di Ostia. Aveva 53 anni. Regista, poeta, polemista, Pasolini scompigliava certezze ideologiche e appartenenze politiche. Neppure a sinistra era a suo agio, fin da quando la Federazione comunista di Pordenone lo espulse nel 1949 per «indegnità morale» attribuita alla sua omosessualità e «alle deleterie influenze dei vari Gide e Sartre». Pier Paolo aveva perso il fratello minore Guido, partigiano trucidato dai «rossi» nell’eccidio di Porzûs del 1945, e fu laconico nella risposta ai burocrati del PCI: «Malgrado voi, resto e resterò comunista». Nato a Bologna il 5 marzo 1922, visse durante la guerra a Casarsa della Delizia con Guido e con l’amatissima madre Susanna Colussi, che era originaria della cittadina del Friuli, «un paese di temporali e di primule», come recita il titolo di una sua raccolta.

Si forma allora l’autore eretico, corsaro o luterano, straniero talora finanche a se stesso, che coltiva il diritto allo scandalo proprio della frase evangelica Necesse est enim ut veniant scandala (Matteo 18, 7). È l’opportunità di creare un inciampo nelle situazioni stagnanti, cara all’autore del Vangelo secondo Matteo (1964). Pasolini tenacemente assunse posizioni controcorrente sulla scuola, l’omologazione televisiva e la fine della civiltà contadina, il ‘68 dei «figli di papà», il Palazzo e la Democrazia cristiana per cui invocò il «processo». Il suo approccio era tanto metaforico quanto concreto, come se davvero egli guardasse alla Terra vista dalla Luna, titolo di un breve film con Totò e Ninetto Davoli (1967). «Nessun mondo nuovo senza un nuovo linguaggio», ammoniva negli stessi anni la poetessa austriaca Ingeborg Bachmann, che giunge in Italia nel 1953 della morte del lucano Rocco Scotellaro, e prende a viaggiare nel Mezzogiorno - da Ischia a Matera, alla Puglia - per scandagliarne la sotterranea utopia. Pasolini si affratella a quel mondo altro, grazie appunto al Vangelo, girato a Matera, Barile, nel Castello di Lagopesole, oltre che in varie località pugliesi: Massafra, Gioia del Colle, Manduria, Ginosa, Barletta, Santeramo in Colle. Nei Sassi il poeta con la macchina da presa individua i caratteri di sobrietà e sacertà di una «nuova» Terra promessa, che non aveva trovato in Israele, dove si era recato nei mesi precedenti con don Andrea Carraro, perché le facce erano ormai «occidentalizzate».

Matera invece è ancora salva dall’omologazione culturale e dalla paventata mutazione antropologica che fa assomigliare i figli del popolo ai piccolo-borghesi. Perciò Pasolini non può che definire «un delitto» lo svuotamento dei Sassi in corso. Il film esordisce il 4 settembre 1964 alla Mostra di Venezia, dove, oltre al Premio speciale della Giuria (il Leone d’oro va a Deserto rosso di Antonioni), si aggiudica il riconoscimento assegnato dall’OCIC, l’Office Catholique International du Cinéma. La Chiesa ne coglie subito la spiritualità e non solo in virtù della dedica di Pasolini «alla cara, lieta, familiare figura di Giovanni XXIII». Il ruolo del Nazareno è affidato a Enrique Irazoqui, scomparso nel 2020, allora diciannovenne sindacalista catalano (la madre era una ebrea italiana di Salò), ch’era stato spedito in Italia a cercare fondi e appoggi contro la dittatura fascista di Francisco Franco. A Roma conobbe La Pira, Nenni, Pratolini prima di essere condotto a casa di Pier Paolo, il quale non ebbe dubbi: ecco il Cristo per cui fino ad allora erano in predicato il poeta siberiano Evgenij Evtušenko e lo scrittore americano Jack Kerouac.

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