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Al Sud si restringono le imprese

L'analisi è dello Svimez su dati Istat: in dieci anni nel Mezzogiorno c'è stato un calo delle dimensioni medie delle imprese quantificabile in circa il 22%
ROMA - Sono tante e crescono sempre di più, ma con sempre meno occupati. Le imprese del Sud anche negli anni '90 sono state affette da una grave forma di nanismo, con un processo di restringimento della scala produttiva risultato più accentuato che nel resto d'Italia, dove pure si registrano cali sia del numero di imprese che di lavoratori. L'analisi, che si basa sui dati dei censimenti dell'industria raccolti dall'Istat, è dello Svimez e fa riferimento al periodo 1991-2001.
In dieci anni, si legge nello studio, nel Mezzogiorno si è passati dai 35,9 addetti per azienda del 1991 ai 27,9 del 2001, con un calo delle dimensioni medie delle imprese quantificabile in circa il 22%. Al Centro-Nord, invece, la diminuzione è di circa il 10%, dai 40,1 addetti del 1991 ai 35,8 del 2001.

In particolare gli addetti dell'industria manifatturiera del Sud sono diminuiti del 2,8% (in totale 23.609 persone), a fronte di una crescita del numero delle aziende del 7,7% (pari a 9.904). In quei dieci anni, dunque, le imprese hanno fatto una vera e propria cura dimagrante: si tratta, come spiega lo Svimez, di un «processo di 'schiacciamentò verso il basso della scala produttiva, la 'dimensione tecnicà, intorno a cui, prevalentemente, operano le unità produttive».

Le imprese che si sono «messe a dieta» in modo più drastico sono quelle che contano da 1 a 9 dipendenti: in questa fascia la percentuale di lavoratori che ha perso il posto è infatti pari all'1,1%, mentre il numero di aziende attive è cresciuto del 7,4%. Le realtà industriali più grandi (oltre mille dipendenti) sono invece diminuite sia come numero (-33%) che come addetti (-31%). Viceversa, in qualche caso le cifre presentano il segno più, come nelle imprese di medie dimensioni, con un numero di dipendenti tra 50 e 99 (rispettivamente +25% per il numero di aziende e +24% per i lavoratori impiegati).

In particolare, poi, l'allarme nanismo riguarda soprattutto le regioni che affacciano sul Mar Tirreno: in Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna il numero di aziende è infatti cresciuto dell'8,7%, mentre quello degli addetti si è contratto del 4,6%. In Abruzzo, Molise e Puglia, invece, il calo dei lavoratori è solo frazionale (-0,3%), mentre l'aumento delle aziende attive è consistente (+5,7%).
Il fenomeno, aggiunge lo Svimez, «ha assunto una dimensione più marcata rispetto a quanto verificatosi nello stesso periodo all'interno delle regioni centro-settentrionali». In questa parte d'Italia, che sconta ovviamente la presenza di un tessuto industriale molto più fitto, a flettere è sia il numero di aziende (-2,6%, con una diminuzione assoluta di quasi 12mila unità) che quello di occupati (-6,8%, pari a quasi 300mila posti di lavoro in meno).

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