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Più ricerca e brevetti per le pmi pugliesi

«Per essere competitive le imprese devono scegliere soluzioni non tradizionali: diventare più grandi, mettersi insieme in un consorzio, puntare sui marchi e sulla difesa della proprietà intellettuale». I risultati di un incontro in Assindustria a Bari
BARI - «Per essere competitive le imprese devono scegliere soluzioni non tradizionali: diventare più grandi, mettersi insieme in un consorzio, puntare sui marchi e sulla difesa della proprietà intellettuale. Questo vale in particolar modo per la Puglia che spreca ancora tanto. Abbiamo prodotti straordinari, dall'olio alle mozzarelle, che non riusciamo a valorizzare perchè non riusciamo a farne apprezzare il contenuto qualitativo». Lo ha detto il docente di economia applicata nella Facoltà di Scienze politiche, Gianfranco Viesti, intervenuto nel pomeriggio a un convegno sul tema della proprietà industriale organizzato dal gruppo giovani imprenditori nella sede dell'Assindustria di Bari.
Riuscire a tirare fuori più valore - ha aggiunto - può essere un modo per risalire la china. Le condizioni internazionali sono cambiate e dunque fare bene a costi più bassi quello che abbiamo sempre fatto può non essere sufficiente».

Per l'avvocato Secondo Andrea Feltrinelli dello studio Feltrinelli & Brogi, consulenti in proprietà industriale, i marchi e i brevetti vanno considerati armi per difendersi dai concorrenti ed estrometterli dal mercato, prima ancora che strumenti a difesa della creatività. E' questa la filosofia delle multinazionali».

All'incontro hanno portato la loro testimonianza imprenditori della provincia di Bari che hanno investito nella ricerca e nella brevettazione. Per il marketing manager della Mafrat di Putignano, Lilli Totaro, «i nuovi mercati possono essere un'opportunità». La nostra - ha detto - è un'azienda di abbigliamento per bambini con venti milioni di euro di fatturato. Abbiamo tre marchi di proprietà registrati in Italia e all'estero e nell'ultimo periodo ci siamo dedicati a un altro settore, quello dei contratti di licenza. Lavoriamo con grossi nomi della moda: Biagiotti, Guru, Ferrè, Byblos, Borsalino e Mariella Burani».
L'esigenza di tutelare i prodotti nella fase di finanziamento e di deposito del brevetto è stata invece messa in rilievo dall'amministratore della Icam di Putignano, Roberto Bianco (l'azienda ha un fatturato di sette milioni di euro e produce archivi automatici). «In un caso un nostro brevetto ha subito la violazione da parte di un concorrente: un prodotto è stato copiato, ma i costi per perseguire il concorrente sono elevati e pensiamo di lasciar perdere. Invece per un archivio automatico per magazzini abbiamo investito in un brevetto con un progetto di ricerca finanziato dal Miur: prima che il brevetto venisse esteso a livello internazionale abbiamo già il dubbio che ci sia stata una copia. Il prodotto non era sul mercato: vuol dire che c'è stata una fuga di notizie da parte di qualcuno che ha conosciuto l'idea in fase precedente».

«Per fermare l'importazione di prodotti contraffatti i paesi dell'Unione europea devono rinforzare i sistemi doganali, seguire politiche coerenti di tutela dei marchi, applicare forti sanzioni. Inoltre, va dato più valore al made in Europe e nel nostro caso al made in Italy». Lo ha detto il presidente del gruppo giovani imprenditori della Provincia di Bari, Francesco Divella, intervenuto al convegno sulla tutela della proprietà industriale che si è tenuto all'Assindustria.
Ogni nazione - ha aggiunto - ha la possibilità di coprirsi con questo doppio ombrello: il made in Italy, lo sappiamo, è molto più forte per stile, carattere ed eleganza».
«Dobbiamo essere in grado - ha detto ancora - di obbligare tutti i produttori mondiali che decidono di esportare in Europa ad apporre sulle loro etichette l'origine della materia prima, il paese di provenienza. E poi dobbiamo utilizzare al meglio ricerca e innovazione. Per creare nuovi marchi, nuovi brevetti e prototipi da immettere sul mercato. Questo darebbe un valore aggiunto alle nostre produzioni».
«In Italia si brevetta poco - ha concluso - e si trasferisce al mondo industriale ancora meno. Se vogliamo fare raffronti, il Cnr trasferisce alle aziende il 16 per cento dei brevetti, mentre in media un'università americana ne trasferisce il cinquanta per cento».

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