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In ginocchio agricoltura del Metapontino

E' indispensabile un intervento rapido per tamponare l'emergenza e per procedere ad una bonifica del territorio, che per i prossimi anni rimarrà inservibile
grandine ROMA - L'agricoltura del metapontino è in ginocchio: 11mila ettari di terreno agricolo distrutti in appena 90 minuti di pioggia e grandine. Alberi di pesche e susine in parte squarciati dal ghiaccio. Sessanta milioni di euro di danni, e una produzione compromessa non soltanto per l'anno in corso, ma anche per quelli a venire. Sono centinaia di imprenditori agricoli costretti a rendere i compensi ricevuti come anticipo dai compratori, per i frutti che tra qualche giorno sarebbero finiti sul mercato. E le aziende faticano a reggere il colpo.

E' indispensabile un intervento rapido e straordinario per tamponare l'emergenza e per procedere ad una bonifica del territorio, che, con ogni probabilità, per i prossimi due o tre anni rimarrà inservibile. Per quest'anno, intanto, è stata annullata la messa in vendita delle primizie. Azzerata la produzione di albicocche. E ci sono danni alle coltivazioni di pomodori, angurie e meloni. Danneggiati anche gli agrumeti. Perduta parte della produzione di frutta e ortaggi coltivati in serra.

Nel giro di poco più di un'ora il nubifragio che lo scorso 24 maggio si è abbattuto nella zona a cavallo tra i comuni di Policoro, Tursi, Rotondella e Novasiri, ha messo al tappeto l'economia di una grossa fetta della Basilicata, aprendo ferite enormi negli arbusti e mettendo in serio pericolo la salute delle piante, che rischiano di essere attaccate da agenti patogeni e da batteri.

«E' stata un'apocalisse. Nel giro di mezz'ora i terreni sono stati completamente devastati», racconta chi c'era. Dal cielo sono precipitati giù chicchi di ghiaccio grandi come pugni. Una sassaiola di grandine, che ha spaccato a metà albicocche, pesche e susine. Anche i vigneti non sono stati risparmiati, ed è a rischio la vendemmia del prossimo settembre. Il giorno successivo al nubifragio, nonostante le temperature altissime, il ghiaccio è rimasto ancora lì. Ci sono volute 24 ore per scioglierlo tutto.

«Non ricordiamo una pioggia di questa portata da almeno vent'anni», dicono gli imprenditori agricoli. Ed hanno perfettamente ragione: «E' stato un evento straordinario e imprevedibile, ma legato sicuramente ai cambiamenti climatici di questi ultimi anni». «Nell'ultimo decennio - ha spiegato Michele Perniola, professore ordinario di agrometeorologia all'università di Basilicata - le temperature si sono alzate notevolmente ed eventi di questo tipo sono diventati via via sempre più probabili».
«Ma la straordinarietà di quest'evento - continua - è legata, oltre che alla quantità di grandine caduta al suolo, soprattutto all'estensione della precipitazione - dice - sono stati 11mila i chilometri di terreno interessati dal nubifragio. Le conseguenze per il comparto agricolo sono davvero enormi».
E spiega: « il danno diretto è stato sulle culture arboree, come pesche e albicocche. Adesso le ferite aperte nelle strutture degli alberi facilitano l'attacco da parte di agenti patogeni. E' indispensabile, a questo punto, un trattamento di profilassi contro l'attacco di eventuali batteri». Ma il problema, in Basilicata, è che buona parte delle coltivazioni è di tipo biologico, e «non consente pertanto - prosegue Perniola - l'utilizzo di nessun tipo di agente chimico».

Nei giorni scorsi le associazioni di catogoria hanno consigliato agli agricoltori di approntare trattamenti a base di rame, «ma bisognerà vedere di volta in volta - ha aggiunto Perniola - quali tipologie di batteri attaccheranno le piantagioni». E' necassario, insomma, fare i conti con l'emergenza, e cercare di far fronte subito alle esigenze del momento, per ridurre, per quanto possibile, almeno i danni di breve periodo.

D'altra parte la Basilicata non è abituata ad eventi di questo tipo. «Ciò che che colpisce della precipitazione del 24 maggio - ha detto Franco Prodi, direttore dell'Istituto di Scienze Climatiche del Cnr e professore ordinario di fisica dell'atmosfera all'Università di Ferrara - è stato non tanto la quantità di grandine finita al suolo, quanto la posizione in cui è venuta a cadere la colonna d'acqua. Un fenomeno del genere ce lo possiamo aspettiare in altre parti d'Italia, in Pianura Padana, nell'astigiano o nel veronese. Nel sud fenomeni di questo tipo sono molto più rari, ma non impossibili».

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