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Persi in un anno 13mila posti di lavoro

A marzo, secondo l'Istat, l'indice dell'occupazione nelle grandi imprese italiane è sceso dello 0,6%. Si tratta del calo più basso dall'inizio del 2001 • Sabato cieli in tilt per sciopero • Berlusconi: l'Italia è tra i paesi più ricchi del mondo, da noi solo benessere e gioia di vivere
ROMA - Continua l'emorragia di posti di lavoro nelle aziende con oltre 500 dipendenti, anche se il calo sta diventando più contenuto. A marzo, secondo l'Istat, l'indice dell'occupazione nelle grandi imprese italiane, invariato sul mese precedente, è sceso dello 0,6% su base annua. Si tratta del calo più basso dall'inizio del 2001, che comunque indica che si sono persi circa 13.000 posti di lavoro in un anno. L'assenza di variazioni significative nel numero degli occupati, fra febbraio e marzo 2005, riflette - come hanno spiegato funzionari dell'istituto di statistica - il fatto che (su base mensile) la diminuzione dei posti nell'industria è stata compensata dall'aumento degli occupati nei servizi. Quanto al calo tendenziale, nel solo periodo compreso fra gennaio e marzo 2005 c'è stata, al netto del ricorso alla cassa integrazione da parte delle aziende, una contrazione dello 0,9% nel numero di occupati.

Tutta colpa della crisi che sta colpendo l'industria italiana: in un anno, fra marzo 2004 e marzo 2005, si sono persi ben 15.000 occupati, un'emorragia solo in parte compensata dall'aumento di 2.000 occupati nei servizi.
I settori più colpiti sono quelli dell'attività manifatturiera (-2% degli occupati in un anno), delle costruzioni (-1,7%) e della produzione di energia elettrica, acqua e gas (-0,5%). Mentre stanno aumentando gli occupati nelle attività del terziario come alberghi e ristoranti (+5,9%) e commercio (+2,7%). Quanto alle ore di lavoro, a marzo c'è stato un calo dello 0,2% rispetto a febbraio, e dell'1,8% su anno: una contrazione che - hanno sottolineato funzionari dell'Istat - segnala un calo della produzione da parte delle aziende.

Secondo il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi, i dati dell'Istat «confermano un'Italia a macchia di leopardo ove crescono i servizi mentre scende l'industria», e «pesa su tutti un pericoloso incremento del costo del lavoro per unità di prodotto perchè crescono le retribuzioni oltre l'inflazione ma scendono le ore lavorate». Il costo del lavoro per ora lavorata, secondo l'Istat, è aumentato del 4,7% su mese e del 10,9% su anno a marzo.

Parla invece di una «emorragia dei posti dalle grandi imprese» il responsabile lavoro della Margherita, Tiziano Treu, secondo cui di fronte alle richieste delle imprese il governo «continua a fare orecchie da mercante». Il segretario confederale della Cisl Giorgio Santini parla di una crisi «sempre più pesante», di fronte alla quale servono «interventi selettivi.
«Si è definitivamente bloccato e invertito il trend di crescita dell'occupazione» secondo il segretario confederale della Cgil Marigia Maulucci. Per Adriano Musi, segretario generale aggiunto della Uil, il dato di marzo «testimonia l'assenza del governo rispetto a questi problemi», mentre Stefano Cetica, segretario generale dell'Ugl, chiama in causa le responsabilità degli industriali.

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