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Modello economico italiano penalizza sviluppo sostenibile

E' quanto emerge dalla ricerca «Indicatori per lo sviluppo sostenibile in Italia», presentata al Cnel. Lo studio è basato su un sistema di indicatori in grado di descrivere lo stato attuale della sostenibilità in Italia
ROMA - Il livello di sostenibilità dell'Italia è basso. Colpa, soprattutto, dell'economia e del modello di produzione e di consumo. E' quanto emerge dalla ricerca «Indicatori per lo sviluppo sostenibile in Italia», presentata al Cnel in occasione della seconda Conferenza sullo sviluppo sostenibile, per promuovere un confronto sulle politiche per la sostenibilità nel nostro paese.

Lo studio è basato su un sistema di indicatori in grado di descrivere lo stato attuale della sostenibilità in Italia. Sono calcolati, infatti, gli andamenti nel tempo di tre indicatori (ambiente, società, economia), in funzione della distanza dagli obiettivi da raggiungere entro il 2012, come stabilito dal Summit di Johannesburg del 2002. L'indice generale di sostenibilità, ottenuto dalla sintesi dei tre indicatori, evidenzia una distanza dal target del 2012 pari a poco meno di un punto per anno.

Decisamente cattiva la prestazione dell'economia, in netto peggioramento negli anni recenti, rispetto all'andamento dell'ambiente e, soprattutto, della società. Sul fronte economico, pesa la crescita eccessiva del trasporto su gomma di merci e passeggeri (+30% tra il 1990 e il 2002), mentre quello su ferro è ancora scarso (6,7% contro l'obiettivo del 13,7%).
Ma anche l'andamento negativo degli investimenti privati in ricerca e sviluppo (0,6% del Pil contro un target del 2%) e l'aumento dei prezzi medi dell'energia per uso industriale (si stima almeno il 50% in più entro il 2012). Più positiva, invece, la tendenza per la produzione agroalimentare di qualità e per le certificazioni ambientali.

Per quanto riguarda la società, a fronte di un miglioramento per le aspettative di vita, gli investimenti nella sanità e nella sicurezza sociale e gli abbandoni scolastici, restano critici la ineguaglianza distributiva del reddito (l'Italia mostra la peggiore performance in Europa), l'occupazione irregolare (con un tasso del 14,2%, il doppio rispetto all'obiettivo del 7,1% al 2012), la sicurezza sul lavoro e nei trasporti (rispettivamente 1.394 e 6.000 morti l'anno, dati da dimezzare in dieci anni) e gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo (0,54% del Pil contro un target dell'1%).

Quanto all'ambiente, infine, sono ancora elevati le emissioni di gas serra (569 milioni di tonnellate di anidride carbonica, il 20% in più rispetto all'obiettivo di 475), l'uso di prodotti chimici in agricoltura (160,8 chili per ettaro di fertilizzanti, valore da dimezzare in dieci anni) e il prelievo di specie ittiche. Migliorano, invece, la produzione di sostanze ozonodistruttive, le emissioni di composti acidificanti, la superficie di aree protette.

«Non possiamo nasconderci che la scelta della sostenibilità non sempre è stata perseguita con la dovuta coerenza - ha affermato Claudio Falasca, coordinatore del gruppo ambiente del Cnel - occorre che il paese - ha sottolineato - trovi il coraggio di realizzare su alcuni nodi dello sviluppo una sorta di nuova partenza, sapendo che i risultati si conseguiranno solo con il tempo. Una nuova partenza deve significare l'apertura di una nuova fase programmatica che, assumendo come riferimento le enormi risorse umane, ambientali, storiche e culturali di cui il Paese è dotato, trovi il modo migliore di investire su di esse per liberarle da quella coltre grigia di interessi egoistici e parassitari che ne frenano le potenzialità. Occorre, quindi, cominciare a fare i conti - ha concluso - con la limitatezza delle risorse e la quantità enorme di diseconomie che il sistema alimenta, puntando invece sulle politiche di sviluppo».

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